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I costi di una politica senza riforme

Paolo Pombeni - 25.10.2017
Zaia e Maroni

La politica italiana si è concentrata su due vicende: lo scontro, o se si preferisce la baruffa sul problema della Banca d’Italia; l’interpretazione del significato da dare ai due referendum “regionalisti” di Lombardia e Veneto. Messa così può sembrare che non ci siano nessi fra le due vicende, che effettivamente sono di tipo assai diverso. Non fosse che per un punto, che ci pare molto importante: entrambe hanno radice nella cronica incapacità delle nostre classi dirigenti di affrontare il tema delle riforme di sistema.

Cominciamo con la vicenda della Banca d’Italia, dove sembra che tutta la questione sia riconfermare o meno il governatore Visco. Lasciamo perdere i populismi a cui si abbandonano i politici, a cominciare da Renzi che ciancia di un partito che sta coi risparmiatori invece che coi salotti. Concentriamoci invece sul rilievo fatto da lui e da tanti altri circa una certa inefficienza dei controlli di Bankitalia per impedire esiti disastrosi delle crisi bancarie.

Bene, la difesa dell’Istituto di via Nazionale è affidata ai numeri: elenchi di migliaia di ispezioni fatte, di centinaia di provvedimenti di vario genere che sono stati attivati. Dunque è difficile dire che non si è vigilato. Accusare di questo il governatore è giusto un diversivo.

Il problema è un altro: perché Bankitalia non riesce a farsi rispettare? Evidentemente non ha gli strumenti e in questo paese di azzeccagarbugli, TAR e quant’altro, si tratta di una storia già conosciuta anche in altri settori: chi è in fallo può sempre contare sui tempi lunghi e contorti della giustizia, sulle leggi confuse, e intanto sulle coperture che si possono ottenere da lobby economiche e politiche varie. Cambiare governatore risolverebbe poco, bisogna rivedere la struttura del controllo di Bankitalia e metterle a disposizione armi efficaci. Evidentemente essersi fermati nella riforma all’abolizione della posizione a vita del governatore non ha risolto tutti i problemi.

Bisogna avere creatività istituzionale e sapere come si legifera su settori delicati, perché il mondo del credito non lo si può governare a base di scandali e denunce pubbliche da far scoppiare qui e là. Quello sì che danneggerebbe a morte i risparmiatori, e non solo quelli degli istituti coinvolti.

Discorso simile è da fare sulla questione regionale. In tempi di grande crisi c’è poco da meravigliarsi se prevale nei “territori” la pulsione a trattenere le proprie risorse ed a governarsi da soli: soprattutto quando lo stato centrale non è che sia poi un esempio di virtù e capacità di buon governo. Si poteva aspettarselo che prima o poi quel nodo sarebbe venuto al pettine, così come si poteva sapere che la riforma pseudo-regionalistica del 2001 è stata il solito pasticcetto inventato all’ultimo momento nella speranza di portare via voti alla Lega.

I governi però, nonostante la marea di contenzioso fra stato e regioni che intasa la Corte Costituzionale, hanno girato la testa dall’altra parte e fino a che leader leghisti più astuti di Salvini non hanno capito che c’erano spazi da occupare non hanno fatto nulla per attivare il famosi articoli 116 e 117 della nostra Carta. Tuttavia anche i governatori Zaia e Maroni non hanno capito fino in fondo la portata delle loro rivendicazioni e alla fine si sono lasciati travolgere dal massimalismo dei loro leader di riferimento passando da una comprensibile richiesta di maggiori competenze alla rivendicazione di una autonomia da regione a statuto speciale. Anche qui mettendo in campo un argomento populista e per nulla fondato, che così avrebbero potuto abbassare le tasse alle loro popolazioni.

Ora se un ripensamento della distribuzione dei poteri di governo in senso regionalista può essere utile al paese per acquistare efficacia e per rimotivare i suoi cittadini, ciò va fatto nel modo appropriato, cioè consapevoli che è una partita complicata. Si tratta di mettere in piedi burocrazie regionali efficienti che governino i nuovi settori di cui si chiede l’assegnazione e al contempo di smantellare senza causare scompensi quella statale che ora se ne occupa.

Se possiamo fare una battuta, si tratta di mettere insieme sistemi efficienti come quelli del Trentino-Alto Adige evitando di finire per creare tante nuove Sicilie. Non è un obiettivo semplice, dal momento che bisognerà far fronte alle richieste di analoghe autonomie da parte di molte regioni italiane che non sarebbero all’altezza di quell’onere (già vanno in tilt a gestire quello che hanno). E non sarà semplice spiegare alle regioni poco virtuose che a loro non si possono dare molte competenze, perché non sarebbero in grado di gestirle senza causare danni. Non sarà semplice per la semplice ragione che anche quelle regioni hanno cospicui bacini di voti da rovesciare contro chi negasse loro di partecipare a quello che viene visto non come un onere, ma come un appetitoso banchetto.

Dunque anche in questo caso urge mettere mano ad una seria riforma costituzionale che inquadri e normi un nuovo profilo “regionalista” dello stato italiano. Ci vorrebbero, per entrambi i casi citati, ma anche per vari altri, che la politica italiana avesse a disposizione squadre di architetti costituzionali capaci di coniugare creatività e grande realismo (altrimenti si fanno inutili libri dei sogni). Purtroppo è una merce piuttosto scarsa.