Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Crisi, partiti e ruolo del Quirinale: le differenze fra il 2011 e il 2019

Luca Tentoni - 22.06.2019
Casini, Monti, Di Maio e Salvini

La difficile trattativa fra il governo italiano e l'Ue per evitare la procedura di infrazione comporta dei rischi: il principale è che si arrivi ad un punto di non ritorno, nel quale la prospettiva di ritrovarsi, come nel 2011, a subire forti tensioni sui titoli di Stato, non è affatto improbabile. L'auspicio di tutti è che si trovi una soluzione rapida e indolore, ma se così non fosse, il primo a dover affrontare la situazione sarebbe il Capo dello Stato. Se il compito di Napolitano fu difficile, nel 2011, quello di Mattarella potrebbe essere arduo. Otto anni fa, il logoramento del governo Berlusconi era nei fatti, dovuto non solo a fattori economici e finanziari, ma allo sfaldamento della Cdl e alle vicende personali del presidente del Consiglio. Se, con lo spread alle stelle, Napolitano avesse sciolto le Camere, probabilmente il centrosinistra di Bersani avrebbe colto una facile vittoria. Allora, infatti, il M5s era ancora in una fase intermedia di crescita (nel 2013, invece, sarebbe diventato il primo partito sul territorio nazionale, alla Camera - o, più precisamente, il secondo dopo il Pd, considerando anche i voti della circoscrizione Estero). A destra, la scissione di Fini sembrava avere più consensi di quelli raccolti due anni dopo con Casini e Monti. Il centrodestra appariva debolissimo. Inoltre, nel centrosinistra c'era ancora - molto forte - l'Idv, che avrebbe potuto ostacolare la crescita grillina portando acqua al mulino dell'alleanza bersaniana (la "foto di Vasto"). Sul fronte interno al Pd, inoltre, la leadership di Bersani non aveva ancora un contraltare forte (Renzi aveva iniziato il suo percorso per la "rottamazione", ma non era certo in grado di scalzare o di indebolire il segretario in carica). Sebbene - più tardi - Berlusconi abbia parlato di "golpe" ai suoi danni, il governo Monti nacque col voto di Pdl, Pd e centristi, con la più grande maggioranza parlamentare della storia repubblicana. Ognuno sacrificò qualcosa: il Pd una vittoria elettorale facile (ma sulle macerie del Paese), il Pdl il posto (traballante) a Palazzo Chigi (in cambio, gli azzurri rimasero azionisti dell'Esecutivo; anzi, riuscirono a rientrare in gioco e nel 2013 sfiorarono il sorpasso, alla Camera, nei confronti della coalizione bersaniana) e i centristi (che in quei mesi erano accreditati di percentuali che nel 2013 non avrebbero raggiunto). In altre parole, nel 2011 c'era solo un "piano A" di continuità della legislatura (con i partiti pronti ad addossarsi la responsabilità di scelte impopolari. Oggi, sul tavolo di Mattarella, le opzioni sono molto diverse da allora. Il "piano A" di un governo tecnico è quasi fantascientifico, perchè dovrebbe trovare una maggioranza in Parlamento e perchè i partiti di opposizione (fra i quali ci sarebbe di certo la Lega) avrebbero via libera per stravincere le elezioni successive, azzerando o quasi i consensi delle forze di sostegno all'Esecutivo "di salvezza nazionale". L'unica scelta plausibile, nel caso si riproponga uno scenario come quello del 2011, è fra lo scioglimento delle Camere e il proseguimento dell'attuale governo. Resta però da capire, nella seconda ipotesi, se il M5s abbia la forza per reggere l'urto di una situazione devastante (che probabilmente sarebbe assorbito meglio dalla Lega e da un Salvini abile a navigare anche in acque agitate). In quanto alle elezioni anticipate, che la Lega potrebbe trasformare in un referendum pro o contro l'Ue e l'euro, la tensione nei 70 giorni fra lo scioglimento delle Camere e il voto potrebbe aggravare ulteriormente la situazione economica e soprattutto quella sociale. Ovviamente la nostra è solo un'ipotesi, la più drammatica. Per questo è necessario trovare un'intesa ragionevole con l'Europa. Come diceva il computer Joshua, nel famoso film "Wargames" (1983) la guerra "è uno strano gioco. L'unica mossa vincente è non giocare".