Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Coalizioni "a responsabilità limitata"

Luca Tentoni - 15.06.2019
Buongoverno

Dopo il "vertice" di maggioranza (una pratica non nuova, anche se il governo vuole essere "del cambiamento") la navigazione dell'Esecutivo procede, anche se in acque non certo calme. La crisi può attendere, le elezioni pure. Del resto, a ben vedere, il contratto non rappresenta solo una garanzia esplicita per i contraenti, quella visibile che è rappresentata dall'elenco di temi e di "paletti". C'è anche una garanzia implicita, molto più forte: una controassicurazione che riprende la natura e la prassi dei governi di coalizione (anche di quelli della Seconda Repubblica) e deresponsabilizza i contraenti e i principali esponenti (partiti e leader). A parte i due "nemici" sempre evocati da chi guida il Paese, non volendo assumersi la responsabilità di ciò che non va bene (le colpe vanno ai governi precedenti e, da qualche anno, ai "poteri forti" o agli alleati o alla minoranza del partito che "purtroppo" ti ostacola, impedendo di realizzare paradisi in terra del tutto illusori), il "contratto" fornisce ai soci lo stesso salvacondotto deresponsabilizzante dei vecchi "accordi di coalizione". Così, se non si può realizzare una politica, è colpa del contratto, cioè della necessità di convivere con forze diverse. Naturalmente, non bisogna pensare che il "decisionismo" sia la risposta: anzi, spesso è l'esasperazione del modello, perché crea maggiori aspettative e scarica l'insuccesso su altri fattori e soggetti, suscitando disorientamento e disaffezione nell'elettorato. Ai nostri tempi, il presidente del Consiglio convoca i giornalisti per dire pubblicamente ai leader che lo sostengono ciò che vorrebbe fare, ma che i "soci", litigando, gli impediscono di realizzare; gli altri seguono la stessa via, in modi diversi, scaricando le responsabilità politiche sull'alleato e su Palazzo Chigi (ovviamente, non trascurando di assestare un colpo all'Europa, uno - leggero, però - al Quirinale e un terzo ai "poteri forti", per non farsi mancare nulla). Non è un fenomeno originale, perciò non dovrebbe meravigliare: però non lo si dovrebbe far passare per nuovo, perché non si vede dove sia il cambiamento, in questo caso. Il Grande Alibi (usato a suo tempo da Berlusconi e Renzi, per esempio, ma si potrebbe andare indietro nel tempo) è che qualcosa o qualcuno frenano, bloccano meravigliosi progetti per il Paese. Insomma, "remano contro". Può essere. Tuttavia, governare non è (come taluno forse può essere tentato di pensare) dominare e avere il potere di decidere, ma anche assumersi tutte le proprie responsabilità, forse persino qualcuna in più del dovuto. Potere e responsabilità non sono scindibili fra loro, così come avviene anche per le scelte politiche dei singoli elettori. Andare ai seggi e votare non è qualcosa che si può fare a cuor leggero e senza ammettere, qualche anno dopo, di aver sbagliato a fidarsi di questo o di quel partito. L'autocritica, in realtà, è il punto debole della politica italiana. Nella nostra cultura gli sbagli si confidano in privato (se si confessano, magari neanche integralmente) solo se si può ricavare un'immediata assoluzione; diversamente, si preferisce dare la colpa a qualcun altro. Il destino è sempre cinico e baro, si sa. Lo si sente ripetere anche in queste settimane da leader un tempo molto potenti che hanno concluso la loro parabola politica. La volontà di deresponsabilizzazione - che vale per il presente - si sposa bene e naturalmente con l'attitudine a non impostare progetti di medio o lungo periodo. In alcuni campi (come l'istruzione, la ricerca, la crescita civile, ma anche quella economica) si preferisce evitare realizzazioni che comportano oneri e che daranno frutti solo quando probabilmente sarà insediato il prossimo governo o quello successivo. Il risultato è la mancanza di una visione del futuro, unita ad una focalizzazione su politiche dall'immediato riscontro elettorale (se di successo, altrimenti le si può sempre disconoscere addossando a qualcuno il fallimento). La nostra crisi (nella quale il tempo presente è solo parte di una lunga storia) non è legata a singoli leader o a partiti, ma è molto più vasta, perché interessa la cultura politica del Paese.