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13 gennaio 2021
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Ripartire dalla solidarietà? Una sfida per il presente

Maurizio Cau - 07.02.2015
Stefano Rodotà - Solidarietà, un'utopia necessaria

Nel discorso di insediamento di martedì il presidente Mattarella ha sottolineato la necessità che il Paese e l’Unione Europea si aprano a politiche più solidali. A parlare, in questo richiamo a istanze di carattere solidaristico, non era solo la cultura politica di provenienza del neopresidente. Quello della solidarietà, infatti, è un concetto che nel dibattito contemporaneo sembra avere riguadagnato una centralità che sembrava smarrita. Tra i lemmi più sfumati del lessico politico occidentale, è un principio che ha conosciuto fortune alterne nel corso degli ultimi tre secoli, e che in tempi di crisi come quelli correnti riguadagna un rinnovato slancio.

 

Un po di storia

 

Se pensiamo alla triade di concetti (libertà, uguaglianza, fraternità) che ha segnato l’esperienza politica dell’Europa post-rivoluzionaria, l’idea di solidarietà (la fraternità cara a Marat) è senz’altro quella più trascurata dai disegni delle ideologie politiche otto-novecentesche. A dare una forma concettualmente ordinata al principio solidaristico, uno dei concetti fondativi della modernità, erano state nel maturo Ottocento la scienza sociologica francese (Emil Durkheim e Leon Bourgeois), la teoria politica tedesca (Heinrich Pesch, Gustav Gundlach, Oswald Nell-Breuning) e la dottrina sociale della Chiesa, in cui l’idea di solidarietà rappresentava il fondamento stesso dell’economia politica declinata nei termini del cattolicesimo sociale.

Ma cosa ne è stato della solidarietà come ideologia politica capace di produrre una nuova rappresentazione del legame sociale e politico, come strumento di legittimazione di un nuovo patto tra i cittadini? Il Novecento, in fondo, può essere riletto seguendo proprio le linee di frizione che hanno contrapposto il principio di solidarietà a quello di proprietà. E anche quando il principio solidaristico ha innervato l’azione pubblica, come nelle varie esperienze di statualità assistenziale, se ne è data una declinazione in termini squisitamente sociali. La crisi del Welfare State sembra averne ridefinito i contorni, assottigliando in termini estremi lo stesso carattere “costituzionale” del principio, riconosciuto (ancorché in forma varia) in molti ordinamenti giuridici occidentali.

 

Quale futuro (e quale presente) per la solidarietà?

 

Ci si chiede dunque quale possa essere, in un mondo come quello contemporaneo percorso da venti di crisi e da una recrudescenza della conflittualità tra popoli, il destino della solidarietà e quale il suo grado di “attivabilità” ed “esigibilità”.

Che la solidarietà sia oggi da intendere come qualcosa di più di un semplice principio di indirizzo dell’azione politica, dunque non solo come un modello morale, lo ha suggerito di recente Stefano Rodotà (Solidarietà, unutopia necessaria, Laterza 2014), che chiede con appassionata urgenza che il principio di solidarietà torni a occupare la riflessione di politici, giuristi, amministratori. Quale, oggi, il ruolo e il peso di un concetto tanto evocativo quanto sfuggente? Per Rodotà esso costituisce un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logora, dunque, almeno in potenza. E che necessita di essere declinata ben al di là dei contorni un poco angusti entro cui tradizionalmente la si è ricondotta e fatta valere quasi come un sinonimo di assistenzialismo e di predisposizione alla carità. 

La crisi dei sistemi di Welfare si ha fatto pesare le proprie conseguenze anzitutto sui diritti sociali. In questo senso la riproposizione del principio di solidarietà nel circuito politico vale a sottolineare la necessità di tornare ad affrontare, pur entro un contesto evidentemente differente e con paradigmi interpretativi profondamente mutati, il tema della questione sociale nelle sue implicazioni economiche, civili, culturali, sociali. Che si tratti di una sfida dai contorni tutt’altro che scontati lo dice bene Rodotà, che ancora la propria riflessione a una prospettiva per certi versi utopica. Un’utopia necessaria, come suona il sottotitolo del libro, capace di orientare la visione del futuro ben oltre i limiti, in apparenza assai poco modellabili, del presente.

Una sfida stimolante, certo, ma ricca di insidie. Anzitutto quelle legate all’inflazione stessa del concetto di solidarietà, che da parola esiliata dalla sfera del discorso pubblico è passata negli anni recenti a una centralità non sempre priva di ambiguità. Per dotare di contenuto una categoria ad alto tasso di retoricità, vale forse la pena di tornare all’origine. Alle riflessioni di La Boetie o Montesquieu, ad esempio, tra i primi a pensare la solidarietà come contraltare dei diritti individuali; o al momento in cui la solidarietà è stata in qualche forma istituzionalizzata negli ordinamenti costituzionali. Alcuni dei principi più rivoluzionari introdotti dalla Carta del ’48 sono rimasti in parte inattuati e tra questi rientrano, senz’altro, anche i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” sanciti dall’art. 2 della Costituzione.

I concetti, si sa, non sono immobili e camminano nella storia. Fino a fuoriuscire dallo stesso alveo in cui hanno preso forma. E’ il caso del principio di solidarietà, la cui sfida attuale è proprio quella di trascendere l’ambito statale e nazionale in cui è sorto per articolarsi entro una prospettiva, come si usa dire, globale.