Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Anche per Renzi gli esami non finiscono mai?

Paolo Pombeni - 19.01.2016
Monica Cirinnà

La navigazione di un governo raramente è tranquilla, ma quella che si appresta ad affrontare il governo Renzi è particolarmente agitata. L’ultimo passaggio della riforma costituzionale al Senato (poi ce ne sarà in aprile un altro alla Camera) non dovrebbe presentare grandi problemi, ma visto il clima di fibrillazione un po’ di “rumore” ce lo si può aspettare. E’ vero che al momento le critiche alla riforma Boschi non sembrano appassionare molto l’opinione pubblica, ma al momento non è lei che vota, sono i rappresentanti di una classe politica in cui non mancano inquietudini.

Più complicati sono i contenziosi che riguardano i nostri rapporti con l’Unione Europea e soprattutto la vicenda della legge Cirinnà sulle unioni civili. Sono due temi assai distanti fra loro, ma entrambi hanno potenziali ricadute disgregatrici sugli equilibri di governo.

Il contenzioso con la UE viene interpretato come una mossa di Renzi per non perdere il contatto con le quote di elettorato ormai decisamente critiche verso Bruxelles, evitando di lasciarle in pasto ai populismi dei Salvini e dei Grillo. Tuttavia andrebbe ricordato che nel sistema che legittima un governo non c’è da tenere conto solo degli elettori potenziali, ma anche di cosa pensano i ceti dirigenti del proprio paese e quelli dei nostri partner. Qui non è detto che la decisione del premier di ingaggiare battaglie di visibilità venga accolta così positivamente. Non perché si dubiti che Renzi abbia molte buone ragioni per rimettere al loro posto gli eurotecnocrati di Bruxelles che non sembrano capaci di visioni innovative e poco scolastiche di fronte ad una crisi complessiva che sfida l’Europa. Piuttosto perché ad una esibizione un po’ muscolare di indipendenza sarebbe da preferire un lavoro di indebolimento dall’interno di quelle posizioni attraverso alleanze e con campagne di pensiero con argomenti un po’ più solidi della diatriba su chi deve fare i compiti a casa e  su chi è legittimato a fare la maestrina.

La debolezza italiana nel contesto della UE ha una storia antica, ma da essa non si è mai usciti con delle impennate retoriche, al termine delle quali forse si ottiene la “mancia” per cui ci si batte (in questo caso l’assenso ad una qualche flessibilità di bilancio), ma al prezzo di un ulteriore spinta nel girone degli inaffidabili. Certo noi paghiamo la mancanza di qualche organo di stampa con grande autorevolezza all’estero (dove l’italiano lo leggono in molto pochi), di una rete universitaria e di ricerca che conti pesantemente a livello di formazione di elite e di produzione di ricerca d’avanguardia, di una politica troppo distratta nel curare la “occupazione” dei ruoli che contano a livello internazionale (decisa sulla base delle amicizie in corso piuttosto che di una selezione rigorosa delle personalità in grado di “pesare”). Sono cose a cui un governo con “visione” dovrebbe mettere mano, anche se si tratta di operazioni che danno frutti dopo un certo tempo.

La vicenda del progetto di legge Cirinnà è di tutt’altro segno. Anche qui si pagano i ritardi di un sistema politico che per compiacere le ottuserie di qualche gruppo di potere (in questo caso il vecchio vertice ecclesiatico) non è stato in grado di mettere in piedi a suo tempo una legge ragionevole che regolasse delle situazioni di fatto esistenti in modo non più così marginale (i diritti delle copie omosessuali) senza farsi intrappolare nel rivendicazionismo di quelle lobby.

Anche qui il blocco deriva da una incapacità di porre il tema nelle sue giuste coordinate. Da un lato la questione di politiche per la famiglia che è essenziale in un paese per il suo sviluppo: il basso tasso di natalità che ci affligge deriva anche da una cronica assenza di sostegno alle politiche familiari. Dal lato opposto la questione di riconoscere effetti giuridici a rapporti affettivi particolarmente forti che non rientrano nel quadro delle tradizionali forme di famiglia. Anche in questo caso ragionando di legittimi diritti individuali (la scelta dell’assistenza, la disponibilità del proprio patrimonio, la trasferibilità di rapporti giuridici), lasciando perdere quelli che possono essere i desideri imitativi dei singoli (per esempio godere della genitorialità per via surretizia).

Gestire un discorso serio su questi temi è estremamente difficile in un paese come il nostro dove tutto è occasione per lotte di fazione e dove ormai abbiamo messo in piedi un sistema di spettacolarizzazione di queste lotte. Mancano purtroppo le forze di “raffreddamento” di queste dispute, perché tutti sono timorosi che intervenire per soluzioni razionali significhi perdere presa sulle proprie quote di consenso. Spiace francamente che in questo caso anche i vertici della chiesa italiana, dopo impostazioni che sembravano preludere a stagioni più coraggiose, paiano ora retrocedere verso schieramenti che prediligono le bandiere di parte.

Renzi deve trovare la cifra per affrontare questi scogli se non vuole arrivare in condizioni difficili alle elezioni amministrative di primavera, ma soprattutto se non vuole perdere quel patrimonio di simpatie di cui ha goduto in maniera notevole sino a non molto tempo fa.