Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Obama, comincia il lungo addio. Il bilancio di due mandati

Francesco Maltoni * - 19.01.2016
Paul Krugman

Con l'appuntamento abituale di inizio anno, l'indirizzo politico che va sotto il nome di “State of the Union”, si è aperto ufficialmente il lungo addio di Barack Obama alla Casa Bianca.

 

Quello tenuto ieri dal presidente americano, è infatti l'ultimo bilancio della sua amministrazione, visto che, tra dodici mesi esatti, a Washington riflettori e fanfare saranno tutte per il neo eletto (o la neo eletta...) Ecco perché lo speech di Obama ha ottenuto un risalto così ampio sui media di tutto il mondo, mentre, di solito, lo State of the Union rimane materia per analisi interne, tranne, magari, qualche promessa inaspettata che può aizzare il dibattito per qualche giorno.

 

Ora, invece, tutta l'opinione pubblica americana si sente alla fine di un'epoca, iniziata nel 2008 all'alba di un sogno che, oggi, molti si interrogano se davvero sia mai esistito. Forse, a distanza di quasi un decennio, potremmo dire che gli entusiasmi per l'elezione di Obama erano forse eccessivi, anche se il suo arrivo alla Casa Bianca rappresenta una vera e propria cesura per la storia americana e mondiale.

 

Rivoluzione social

 

In chiusura dei due mandati, ormai è sfumata l'euforia contagiosa di quelle settimane, in cui nulla riuscì a bloccare la sua corsa, maturata in forme inedite e per questo ancora più sui generis. La candidatura del giovane avvocato afroamericano di Chicago, ai più sembrava un diversivo in prima battuta, una di quelle manovre in grado di attirare l'attenzione per qualche tempo, per poi lasciare il campo ai veri “big” della politica. E invece, nel 2008 Obama è riuscito a spezzare il dominio delle famiglie Clinton-Bush che durava da quasi un ventennio. Sconfiggendo Hillary Clinton alle primarie del 2008 e ottenendo la nomination, il senatore dell'Illinois incarnò la versione 2.0 del mito americano, riuscendo a imporsi senza il supporto dei grandi gruppi lobbistie puntando forte sulle microdonazioni. Obama è stato probabilmente il primo politico a capire e utilizzare sapientemente il potere dei social network: più i suoi discorsi diventavano virali, più si moltiplicavano le iniziative di supporto alla sua figura. La possibilità di personalizzare il manifesto simbolo della sua campagna con la propria foto fu un'intuizione del suo staff, che costruì il personaggio attorno al candidato con una narrazione perfetta che fece breccia nei media e nell'elettorato.

 

La campagna del 2012, in questo senso, risultò molto più sommessa e si riassume nella famosa foto “Four more years” che l'account ufficiale della Casa Bianca postò su Twitter, raffigurante Obama e la moglie Michelle abbracciati. Un ritorno alla normalità per il “mito” Obama, che gli permise di ottenere il record di retweet mai raggiunto sino ad allora.

 

Molte delle illusioni sorte l'indomani del primo giuramento di Obama a Washington, si sono rivelate inesatte o hanno mostrato un presidente molto diverso da quello che il Barack candidato lasciava presagire. Le grandi attese rivoluzionarie sulla politica estera – simboleggiate dalla frettolosa assegnazione del premio Nobel per la Pace – hanno ceduto il passo all'emergenza economica interna, a cui ha dedicato i suoi sforzi quasi in toto nel corso del primo mandato. Gli sforzi compiuti in materia di occupazione e di risanamento del sistema finanziario sono stati riconosciuti da tutti gli analisti, compreso quel Paul Krugman – altro premio Nobel – che certo non ha lesinato critiche all'operato di Obama. Oggi, il successo di 14 milioni di nuovi posti di lavoro rappresenta il fioe all'occhiello degli ultimi due mandati presidenziali. Lo stesso non può dirsi della riforma sanitaria, coraggiosa ma ancora appesa a troppi interrogativi, mentre l'ultima intemerata sulle restrizioni alle armi difficilmente riuscirà a superare lo scoglio di un congresso in larga parte ostile.

 

La polveriera mediorientale

 

Per i primi risultati importanti oltre Oceano, invece, è stato necessario attendere l'ultimo scorcio del secondo mandato. Il rientro dell'Iran all'interno dei negoziati stato giustamente salutato da Obama come un grande passo avanti sul fronte delle relazioni internazionali e dell'equilibrio mediorientale, ma, dall'altro lato, il disgelo con Putin è arrivato troppo tardi per chiudere il focolaio siriano senza conseguenze. Gli attriti in Ucraina e le divisioni su Assad hanno alzato venti di Guerra Fredda tra Mosca e gli Stati Unit, sino al tentativo di disgelo – finora non pienamente riuscito – che di fatto ha lasciato al presidente russo la leadership nel contrasto allo Stato islamico. Cosa dire, poi, dello stallo infinito nella guerra israelo-palestinese, che fa il paio con il fallimento pressoché completo delle primavere arabe. Riportare al comando in Egitto un caudillo come Al-Sisi è una mossa che ricalca la politica estera americana di fine Novecento, improntata alla stabilità delle aree calde, più che ai diritti delle popolazioni. La mancata chiusura di Guantanamo – ammessa con onestà nel discorso di ieri – è una sconfitta che brucia e rappresenta il simbolo di un bottino molto più scarno del previsto in politica estera.

 

Su questo piano, Obama non lascia un mondo più sicuro di quello che ha trovato nel 2008. Naturalmente, sono avvenuti eventi imprevedibili e le situazioni specifiche di certi Paesi esulano dalla responsabilità diretta del presidente americano, che giustamente preferisce concentrarsi anzitutto sui suoi elettori e sul loro benessere. Ma se è vero che oggi “l'America è ancora il Paese più importante al mondo”, come il presidente ormai ai saluti ha tenuto a sottolineare, allora è lecito attendersi un'azione più incisiva da parte del successore, in una fase storica in cui gli equilibri mondiali sembrano quantomai precari.

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.