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26 settembre 2020
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Analisti o Aruspici? I test elettorali non dicono tutto

Paolo Pombeni - 10.06.2014
Aruspici

A volte si ha l’impressione che i commenti all’esito delle elezioni siano frutto più che di analisti politici, di novelli aruspici: quelli erano i sacerdoti etruschi e romani che cercavano di indovinare il futuro esaminando le viscere degli animali sacrificati, questi sono i sacerdoti di una società mediatizzata alla ricerca di trarre dai dati elettorali profezie su ciò che accadrà nella politica italiana.

Nessuno nega che l’andamento delle urne possa essere un indizio per capire cosa si muove a livello politico, ma qualche cautela interpretativa andrebbe pur esercitata. Come il profluvio di inni al successo della leadership di Renzi dava per compiuta una svolta che aveva ancora bisogno di consolidarsi, così appare eccessivo l’accento che oggi si pone su un presunto raffreddarsi di quel trend.

In tutti i passaggi che conducono fuori da un equilibrio politico l’andamento non è mai lineare, cioè assai raramente una classe dirigente scompare e viene tranquillamente sostituita da una nuova. Ciò che importa capire, al di là delle analisi puntuali che andranno fatte sui singoli casi (visto che di ballottaggi per i sindaci si è trattato), è se sia possibile cogliere qualche trend significativo per interpretare la crisi in cui è ancora immerso questo paese.

Il dato fondamentale che salta agli occhi è l’incremento notevole dell’astensionismo a cui ha corrisposto in parallelo la polarizzazione selvaggia delle alternative. Infatti non è successo, come talora accade nei ballottaggi, che ad astenersi siano stati per lo più quelli che davano per sconfitto il proprio candidato. Al contrario c’è stata una spaccatura verticale fra una metà dell’elettorato che ha considerato irrilevante partecipare alla conta finale, ed una metà che pur di sconfiggere il suo “nemico” è stata disponibile a votare anche per chi rappresentava un avversario piuttosto lontano dai propri gusti.

Non è un comportamento “normale” nella storia politica di questo paese, dove fino a non molti decenni fa dominava un radicamento ostinato delle appartenenze sub-culturali. Generalizzando, e certo con la consapevolezza che ci sono state eccezioni, abbiamo assistito ad un mutamento nei rapporti dell’elettorato con le scelte da deporre nelle urne. Ovviamente si era già vista la stabilizzazione di un 30-35% di elettori che si consideravano senza interesse per la competizione politica. L’aggiungersi a questi di un 15-20% di elettori delusi dall’impossibilità di trovare identificazione vincente nel loro candidato ha portato a quella spaccatura a metà dell’elettorato di cui si diceva.

Ciò che colpisce ancora di più è però che la competizione fra i due candidati ai ballottaggi abbia determinato in molti casi sistemi inediti di concentrazione del voto sull’uno o sull’altro. Potremmo semplicisticamente dire che elettori di destra hanno votato per un candidato di sinistra non ufficiale pur di bloccare quello espresso dalla sinistra ufficiale (il caso dei consensi andati ai grillini), così come elettori potenzialmente di centro hanno scelto candidati di sinistra per evitare la presa di potere di alternative populiste, o infine elettori che in passato avevano scelto la sinistra hanno spostato il loro consenso su alternative di destra, superando un blocco psicologico ad agire in quel senso.

Cosa significa? A nostro modesto giudizio che non è corretto correre a trarre conclusioni generali da quanto è avvenuto in questa tornata elettorale. Esse non ci dicono ancora né se la svolta di Renzi è consolidata, né se Grillo ha ancora carte da giocare, o Berlusconi possibilità di rilanciare quel centro-destra ibrido su cui in passato ha costruito le sue fortune.

Quel che si può vedere è che è in atto nel paese una domanda di rifondazione del nostro sistema politico, domanda che ha al momento un andamento contraddittorio: vi convivono voglie generiche di azzerare la classe politica, domande di una stabilizzazione di tipo nuovo per cercare di cogliere delle opportunità di ripresa economica, resistenze dei tradizionali gruppi di potere per non essere travolti.

La lotta per gestire e incanalare questo fermento è ancora in una fase iniziale e non saranno le urne a determinarne gli esiti, almeno non nella prima fase. L’astensionismo a livelli assai alti è un chiaro indizio dello spaesamento di una opinione pubblica che percepisce come difficilmente comprensibile quel che succede e che in parte massiccia cerca di tenersi fuori dalla contesa. In parallelo la mobilità di schieramenti nella metà che si fa coinvolgere nella battaglia in corso segnala il superamento di quelli che una volta venivano definiti “steccati storici”.

Adesso la partita si articolerà fra una classe politica che deve mostrarsi in grado di capire che tutto è cambiato, e che dunque deve darsi degli inquadramenti nuovi, ed i ceti dirigenti della società che devono decidere come orientarsi in questo nuovo panorama, anche abbandonando l’idea di poter sfruttare la confusione esistente a loro vantaggio, come si è abbondantemente fatto sinora con esisti non brillanti (anche a prescindere da chi per approfittarne si è semplicemente buttato nel malaffare).