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23 ottobre 2019
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La politica ambientale di Obama

Alessandra Bitumi * - 10.06.2014
Obama e clima

L’Environment Protection Agency (EPA), l’agenzia federale americana per la Protezione dell’Ambiente, ha annunciato il 2 giugno scorso la nuova proposta di politica ambientale dell’Amministrazione Obama. Approvata per decreto dal Presidente sulla base del Clean Air Act degli anni ‘70, il provvedimento impone alle centrali elettriche di ridurre le emissioni di biossido di carbonio del 30% rispetto ai livelli del 2005.

Entro il 2030, gli stati dovranno tagliare i livelli di CO2 prodotti dalle oltre 600 centrali attive nel paese, responsabili oggi del 38% dei gas inquinanti. Insieme ai trasporti (32%), esse costituiscono le principali fonti di inquinamento negli Stati Uniti. La flessibilità del governo federale rispetto alle modalità di applicazione del decreto lascia ampia discrezionalità ai singoli stati che possono scegliere quale strategia attuare. Potrebbero incentivare la creazione di mercati statali di “cap-and-trade”, ovvero fissare un tetto massimo di emissioni consentite e regolare la possibilità per le aziende di comprare e vendere la propria quota di inquinamento. O potrebbero decidere di promuovere l’uso di fonti alternative piuttosto che sostenere misure di risparmio energetico.  Qual è il significato politico di questa decisione e quali sono le sue implicazioni?

 

Obama davanti al cambiamento climatico


All’ambiente, le sue sfide, emergenze e risorse, Obama ha dedicato passaggi importanti dei suoi discorsi in campagna elettorale e sullo Stato dell’Unione. Tuttavia, il capitale politico effettivamente speso a sostegno di un’ efficace lotta al cambiamento climatico è stato, fino al 2 giugno scorso, piuttosto limitato. L’attività dell’EPA si era sostanzialmente limitata al divieto di costruzione di nuove centrali elettriche e all’imposizione di norme più severe per il settore dei trasporti. Inoltre, il tentativo di Obama di creare un mercato nazionale del “cap and trade” era fallito dopo la bocciatura in Senato della Waxman-Markey Bill nel giugno del 2009 (legge, questa, che avrebbe avvicinato gli USA agli standard dell’UE sulle emissioni). Accusato di aver rinunciato a promuovere incisive riforme in materia ambientale, il Presidente ha rilanciato durante il secondo mandato a partire dalla contestata nomina, nel 2013, di Gina McCharty a guida dell’EPA. “La domanda” – affermava Obama davanti alla platea della Georgetown University il 25 giugno scorso -  “non è se dobbiamo agire o meno. La domanda che dobbiamo porre adesso è se avremo o meno il coraggio di fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Come presidente, come padre e come cittadino americano, io sono qui per dire che dobbiamo intervenire. Mi rifiuto di condannare questa generazione e le future generazioni ad un pianeta che non può essere salvato”.

Il timore che l’opposizione impedisse di nuovo l’approvazione di una legge sul regolamento delle emissioni ha spinto questa volta Obama ad intervenire per decreto, scavalcando il Congresso.

Cosa ci dice questo uso dell’autorità presidenziale? Laddove correttamente applicato, questo provvedimento rappresenterebbe una delle iniziative politiche più rilevanti per la lotta all’inquinamento nella storia degli Stati Uniti. Il Presidente sta costruendo la sua eredità e l’ambiente è dentro questo tentativo di definire politiche il cui significato e il cui impatto trascendano il tempo, e i limiti, della sua Amministrazione. Come è stato per la riforma sanitaria durante il primo mandato, così è oggi per il clima. Dopo i risultati deludenti del Summit di Copenhagen del 2009, la decisa svolta di Obama avvicina gli Stati Uniti all’Europa e può fungere da traino per la Cina in vista della Conferenza di Parigi del 2015 durante la quale si cercherà nuovamente di raggiungere un accordo globale sul clima. L’azione presidenziale è dunque anche funzionale a riaffermare la leadership americana su un versante, quello dell’inquinamento ambientale, in cui è stata a lungo contestata. In ultimo, l’uso del decreto, da parte di un Presidente che ha messo al centro della sua strategia la ricerca del compromesso bipartisan, nel simboleggiare il fallimento della stessa, rappresenta altresì un atto di denuncia verso un sistema politico sempre più paralizzato e inefficiente.

Quali sono state dunque le reazioni al Climate Action Plan?

 

“La guerra al carbone”


Il Presidente potrebbe chiamare la sua guerra al carbone per ciò che è: una guerra ai posti di lavoro in questo paese”, ha commentato McConnell, il senatore repubblicano del Kentucky. Stato, insieme al West Virginia, dove il 90% dell’energia proviene dal carbone. Poco meno, l’ 80%, per Wyoming, Indiana, Missouri. La Camera di Commercio e altre istituzioni vicine al partito repubblicano si sono schierate contro l’EPA, sostenendo che l’attuazione del piano provocherebbe una perdita di 50 miliardi di dollari annui e l’eliminazione di 224 mila posti di lavori. Cifre, dicono gli oppositori, che non tengono conto delle prospettive occupazionali che deriverebbero dalla conversione delle risorse e dal risparmio energetico.

Sono però critiche che mobilitano i repubblicani e che alimentano timori anche entro il partito Democratico, soprattutto alla vigilia delle elezioni di mid-term. Anche perché, come testimonia un recente sondaggio Gallupp, non è quello ambientale il tema cruciale per l’opinione pubblica americana (soltanto il 34% si dichiara infatti preoccupato dal cambiamento climatico). Eppure Obama insiste, e lo fa con autorità. Sembra guardare più lontano. Al 2016 e oltre. Il potere degli “coal states” sta progressivamente diminuendo così come, su scala nazionale, la dipendenza energetica dal carbone che genera oggi solo il 18% dell’energia consumata negli USA. Inoltre, in termini elettorali, pare supporre Obama, saranno i giovani a costituire il blocco decisivo cui guardare per le presidenziali. Giovani maggiormente sensibili alle tematiche ambientali e poco attratti dal partito ideologico e “anti-scienza” dei negazionisti del cambiamento climatico.

Perché, infondo, quella contro l’inquinamento è una battaglia globale che si gioca su un arco temporale ben più lungo di quello di un mandato presidenziale.

 

 

* Assegnista di ricerca nell’Università di Bologna