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Alla disfida dell’Italicum

Paolo Pombeni - 28.04.2015
Seduta Montecitorio

La settimana che si apre sarà caratterizzata dalla disfida sull’Italicum fra Renzi e tutti i suoi numerosi oppositori. Come in tutte le faccende di questo tipo non conta il presunto argomento di discussione, che è davvero un pretesto, conta la prova di forza, e qui sta il disastro.

In queste settimane si è assistito ad un fenomeno che in astratto dovrebbe essere definito curioso. Da un lato gli oppositori che tiravano in campo tutte le profezie più catastrofiche possibili su quello che ci aspetterebbe se la legge passasse: si è andati dalla crisi della democrazia all’invocazione del “caso di coscienza” in cui far valere la libertà individuale del deputato.

Sul versante opposto si è cercato, invano, di ridimensionare queste intemerate. Si è ricordato come quello che per l’Italia viene prospettato come una debacle democratica esista in altri paesi sulla cui democraticità non ci sono dubbi. Si sono dati numerosi esempi di come quello che oggi viene descritto come l’anticamera dell’inferno sia più o meno ciò che si è auspicato in materia di riforme elettorali da trent’anni a questa parte (incluse le conclusioni della famosa commissione dei 35 “saggi” voluta da Letta e Quagliariello). Si è ricordato come non è vero che manchino casi di fiducia posta dai governi su leggi simili, anche a prescindere dai due casi della legge Acerbo e della cosiddetta “legge truffa”. Si è spiegato infine che la mancanza di vincolo di mandato per il parlamentare significa che il deputato non è obbligato a votare come il partito nella cui lista è stato eletto, ma che se non vota in conformità con le decisioni del suo gruppo con ciò cessa di farne parte pur rimanendo deputato.

Sono naturalmente tutte osservazioni di banale buon senso, che però non scalfiscono minimamente la tetragona retorica degli oppositori che, peraltro volentieri sostenuti da stampa e talk show, fanno rimbalzare i loro mantra nel paese.

Dove Renzi sbaglia non è nel perseguire l’obiettivo di far passare la sua proposta di riforma: questo è un passaggio obbligato, perché sa benissimo che lotta per la sua sopravvivenza politica. Non è neppure sbagliato ripetere che se si mette in discussione quel che è stato fatto, si finirà con non farne nulla: trent’anni di inconcludenze su proposte di riforma istituzionale che pure tutte sembravano partire da ampie condivisioni sono lì ad insegnare che questo è un paese che troppo spesso invoca le riforme solo come scusa per lamentarsi di un presente che comunque non vuole cambiare.

L’errore di Renzi è stato quello di chiudere la faccenda nel recinto della lotta politica in senso stretto. L’uomo non ha simpatia per gli intellettuali, che lo ricambiano della sua stessa moneta. I “tecnici” gli vanno bene solo se escono proprio dal suo stretto inner circle (che non è che ne sia proprio ricco). Tende a pensare che per la conquista del consenso bastino la sua capacità affabulatoria, il suo talento per la comunicazione televisiva. Sottovaluta però che quelle sono doti che si consumano in fretta, un po’ perché inevitabilmente si perde l’effetto “novità” della prima fase e scivolano nella routine (sottolineata dalle parodie dei comici), un po’ perché sono poi strumenti di cui possono profittare anche i suoi avversari.

Ciò significa che il rischio più forte che corre Renzi non è quello di vedersi bocciata la sua legge, ma di vedere riaprirsi una lunga guerra civile fredda fra clan, cioè qualcosa che tornerà ad avvelenare il paese in un momento molto delicato.

In fondo se la legge venisse bocciata, Renzi potrebbe semplicemente chiedere di tornare davanti agli elettori. Chi dice che questo è un ricatto al parlamento, non considera che, col consenso di tutti, si è arrivati all’identificazione fra capo del partito di maggioranza relativa e presidente del consiglio. Questa è una novità, ma aveva già cercato di accreditarla Berlusconi e Veltroni aveva seguito la stessa via. Ora con al vertice del governo il segretario del PD eletto dalle primarie (qui la differenza con Berlusconi che era capo del suo partito “per grazia di Dio”) se si batte il governo si batte anche il partito di maggioranza relativa e dunque diventa difficile non ricorrere alle urne.

Certo una campagna elettorale in questa contingenza e in queste condizioni sarebbe una iattura, ma almeno costringerebbe ad un qualche chiarimento.

Il rischio peggiore è che Renzi vinca lasciando in piedi la leggenda che tutto è avvenuto grazie ad un colpo di mano, per non dire ad un colpo di stato. Significherebbe aprire una situazione di guerriglia permanente che si rifletterebbe su ogni riforma, su ogni provvedimento in campo, condannandoci ad una situazione di progressiva paralisi in preda a tutti i corporativismi e i lobbismi di cui abbonda il nostro paese.

Con un esecutivo non fortissimo (si pensi a quanto sta accadendo su scuola e università, per tacere di questioni ora un po’ “in sonno” come riforma della giustizia e della pubblica amministrazione), con una inquietudine sociale che non si riesce a controllare, con i problemi sul fronte internazionale che sono oramai evidenti, non ci vuol molta fantasia per capire cosa ciò possa significare.