Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Aiutare Renzi o ridimensionarlo?

Paolo Pombeni - 14.04.2015
Matteo Renzi e il Cavallo di Troia

E’ sempre difficile fare l’oroscopo ai governi basandosi sul tasso di gradimento che riscuotono presso i cosiddetti “opinion maker” (la grande stampa, i talk televisivi, i commenti che filtrano dagli ambienti delle classi dirigenti). Sono dati volatili, difficili da fissare e da analizzare in maniera appropriata. Si finisce così di ragione sulla base di impressioni, ma non è detto che sia sempre un esercizio inutile.

Dunque abbiamo l’impressione che non solo sia finita la luna di miele del renzismo con una parte cospicua di quegli ambienti, ma che ci sia una calcolata presa di distanza da quanto sino a poco tempo fa si riteneva rappresentasse. La domanda è se questa presa di distanza sia intesa come uno strumento per aiutare Renzi a maturare, uscendo da una serie di limiti che più volte sono diventati evidenti, o se essa sia intesa solo a ridimensionarlo drasticamente.

Naturalmente il confine fra le due opzioni è sottile, ed è difficile negare che, comunque sia, la presa di distanza dal renzismo porti anche aiuti a coloro che lo vogliono semplicemente disarcionare. Al solito non va sottovalutato che Grillo abbia subito fiutato il vento nuovo, muovendosi su un doppio binario: prima dando il via libera ai suoi perché si buttino nei talk show e sui media per portare legna al rogo antirenziano; ora imponendo che di Renzi non si parli direttamente sul suo blog e altrove, consapevole che bisogna cercare di smantellare l’immagine secondo la quale Renzi debba essere comunque al centro di ogni ragionamento.

Politicamente il problema attuale è molto delicato. Il premier sembra non voler prendere in considerazione il fatto che governare sia un’impresa collettiva che richiede una squadra molto ben strutturata. Ciò va naturalmente oltre la questione del valore dei singoli ministri, dove si trova di tutto: da persone che lavorano con impegno a persone che sembrano interessate solo a sedere su una poltrona senza dare alcun apporto apprezzabile alla soluzione dei molti problemi in campo. La questione è che sono venuti meno i luoghi di elaborazione delle strategie politiche. I partiti a tutto sono interessati, meno che a questo, visto il loro attuale impegno nel sistemare i conti interni fra correnti e tribù. I cosiddetti “tecnici” sembrano evaporati nel nulla, ridotti o a tuttologi da esibire nei vari studi televisivi o a militanti al seguito delle varie fazioni.

Si capisce che un gruppo dirigente relativamente nuovo (e relativamente giovane) e sotto attacco veda con preoccupazione l’ipotesi di accettare di accogliere pubblicamente qualche suggerimento e di riconoscere qualche “autorità” esterna e non collegata a lui: il timore che così si auto fabbrichi il cavallo di Troia da cui nottetempo scenderanno i nemici a sorprenderli nel sonno è troppo forte.

Tuttavia Renzi non può rinviare troppo a lungo la creazione di un saldo nucleo di elaborazione di politiche per il futuro: un gruppo di persone autorevoli, rispettate (per quel che è possibile di questi tempi), e soprattutto estranee alle lotte di fazione.

Se non si libera dagli handicap attuali finirà per dare spazio a quanti vogliono semplicemente ridimensionarlo. Teniamo conto del fatto che il premier in questo momento non ha concorrenti veri e che buttare tutto all’aria viene considerato troppo rischioso da gran parte della classe dirigente. Può sempre accadere che la situazione sfugga di mano e che il populismo che viene usato spregiudicatamente per azzoppare il presidente-segretario produca effetti che vanno oltre quel che si era programmato, ma, a naso, l’obiettivo di gran parte dei convertiti alla critica al renzismo è solo quello di condizionarlo nell’esercizio del potere.

Probabilmente si continua a ritenere che sia utile in questo momento disporre di un leader capace di decisionismo e spregiudicatezza, e di un personaggio che, pur con un certo calo di brillantezza, è tuttora in grado di tirarsi dietro gran parte dell’opinione pubblica. Esiste ancora un largo consenso nei gruppi dirigenti più responsabili che non si può fronteggiare un passaggio delicato come quello attuale contando su un personale politico logoro, autoreferenziale e soprattutto troppo concentrato sulle sue prospettive di sopravvivenza. C’è consapevolezza che il tessuto dei partiti è frusto, inquinato da decenni in cui si sono perduti i parametri regolatori dell’azione politica. Quel che spaventa è che la soluzione sia arrendersi alla logica del demiurgo, dell’uomo solo al comando. Timore più che comprensibile, ma che non può portare alla soluzione di avere al comando un uomo solo azzoppato:  magari così non sarà in grado di correre liberamente verso dove vuole lui, ma non potrà farlo neppure a beneficio del paese.

La soluzione non può che essere quella di aiutare Renzi a maturare una considerazione della leadership meno dilettantesca, accettando che si è leader di una squadra tratta dal paese, non di un gruppo di sodali raccolti fra vecchi amici e utili, ma innocui compagni d’avventura. Onestà vuole che si ricordi che molti pensavano che ciò potesse avvenire anche quando la leadership che si andava affermando era quella di Berlusconi. Abbiamo davanti agli occhi come è andata a finire.

Però non è detto che questo sia un destino inevitabile. Un paese maturo potrebbe anche trovare le risorse morali ed intellettuali per agire in modo più virtuoso.