Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Da Losanna ad Aden: l’impatto immediato dell’accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti

Massimiliano Trentin * - 14.04.2015
Accordo Losanna

L’accordo siglato tra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania, il 2 Aprile 2015 costituisce un passaggio molto importante per la politica internazionale, tanto che le conseguenze non si sono fatte attendere nella forma di un’escalation della tensione in Medio Oriente. Difficilmente poteva essere altrimenti, visto la posta in gioco. A poco meno di una settimana dall’annuncio, le autorità iraniane rivendicano la fine immediata del regime di sanzioni economiche imposte anzitutto da USA e Unione Europea, pena la risoluzione dell’accordo, e attaccano duramente l’intervento militare saudita in Yemen in corso dal 25 marzo. Per bocca del Segretario di Stato USA, John Kerry, il 9 aprile Washington attacca Teheran per il suo ruolo “destabilizzante” in Medio Oriente e annuncia che gli Stati Uniti sosterranno i Paesi oggetto delle mire iraniane.

Da un alto, dunque, viene siglato un accordo-quadro il cui valore politico è il pieno rientro dell’Iran nel consesso della politica internazionale; dall’altro lato, si continua ad attaccare verbalmente l’Iran per le sue supposte mire espansionistiche nella regione e Teheran risponde accusando gli alleati di Washington e Bruxelles. Quello che sembra essere un paradosso rappresenta bene, invece, la natura dell’accordo concluso a Losanna. Questo è, infatti, un accordo che riguarda anzitutto i Paesi occidentali e la Repubblica islamica d’Iran: un accordo che apre alla possibilità di gestire le relazioni bilaterali secondo i normali standard della diplomazia politica ed economica internazionale. La rimozione graduale dell’ostacolo frapposto dal programma nucleare iraniano costituisce un passaggio ineludibile per mettere fine al regime di sanzioni economiche e finanziarie che impediscono le normali transazioni. Non costituisce, però, un accordo che mette fine al conflitto che vede contrapposti i tre “pesi massimi” della regione, ossia l’Iran, l’Arabia Saudita ed Israele. Anzi, nel breve periodo gli oppositori di qualsiasi forma di normalizzazione delle relazioni con l’Iran, e coloro che sostengono la dottrina di contenimento nei confronti della Repubblica islamica, dispiegheranno tutta la loro forza per far deragliare un accordo-quadro tanto ragionevole quanto necessario per stabilizzare la regione. Da questo punto di vista, la monarchia saudita e la maggioranza di governo in Israele convergono de facto sulla difesa dello status quo. Uno status quo che nei fatti oggi si concretizza nella guerra, nei disastri umanitari e nella radicalizzazione politica di cui siamo testimoni da cinque anni in Siria.

 

L’accordo-quadro raggiunto a Losanna costituisce oggi un buon risultato se valutato sia nel merito della non-proliferazione nucleare sia nel contesto politico medio-orientale. Sebbene non possa garantire di per sé che nel medio o lungo periodo Teheran non si doti di un ordigno nucleare, i vincoli e il sistema di verifica posticipano di almeno dieci anni questa possibilità: l’ex direttore dell’intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, ha dichiarato ad al Monitor il 3 Aprile che nessun attacco militare potrebbe raggiungere un tale risultato, a cui si aggiungono le garanzie offerte da una sistema di controlli dell’AIEA approfondito e sistematico. Avendo come obiettivo la non-proliferazione nucleare, l’accordo-quadro può costituire un ottimo standard su cui basare eventuali altri casi nella regione, come potrebbe essere in futuro per l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Turchia se non addirittura per “normalizzare” l’anomalia dell’unica potenza nucleare, non-dichiarata, in Medio Oriente, ossia Israele.

 

Il significato più importante, tuttavia, riguarda la politica medio-orientale. L’accordo dimostra come i Paesi occidentali possano svincolarsi dalle posizioni dei propri alleati regionali laddove ritengano opportuno. In questo senso, i 5+1 e la stessa Unione Europea hanno dato un segnale forte ai propri alleati e rivali nella regione su quale strategia sia preferibile, e concretamente percorribile. Nonostante le difficoltà, gli ostacoli tecnici e le differenze di obiettivi e linguaggi, Losanna ha dimostrato che la diplomazia e il negoziato possono effettivamente portare a buoni risultati. Risultati frutto di compromesso, ovviamente, ma che soddisfano comunque le esigenze basilari delle controparti. In un periodo storico (post-Rivolte arabe del 2011) e in uno spazio (Medio Oriente) in cui le differenze politiche e sociali sono fissate in termini identitari ed “essenziali”, e si esprimono attraverso la negazione della legittimità altrui e la lotta armata, la risoluzione di un conflitto per mezzo della diplomazia e del negoziato è già di per sé un grande risultato. Se questo ha valore di principio, i risultati possono essere apprezzati anche da un punto di vista realista: l’accordo-quadro rende fattibile una soluzione politica e negoziata per quei conflitti in corso in cui nessuna delle parti in lotta ha le capacità materiali per raggiungere la vittoria finale e completa sul nemico. Questo è il caso dell’Iraq, della Siria così come della Libia e dello Yemen.

 

L’accordo-quadro rappresenta, dunque, un’opportunità che in quanto tale può essere colta o meno. Come era prevedibile, nel breve periodo prevalgono le forze che si oppongono all’accordo. Queste cercano di sabotare i negoziati che dovranno portare alla redazione finale e particolareggiata dello stesso, mettendo a dura prova la volontà politica di Teheran, di Washington, nonché degli europei di rispettare gli accordi presi finora. Da un lato, i “falchi” del regime iraniano accusano di “resa” la Presidenza Rohani e di “malafede” gli occidentali. Del resto, questi hanno beneficiato in larga parte delle sanzioni internazionali per accumulare ingenti risorse tramite il controllo del mercato nero, del contrabbando e la posizione di monopolio di cui godono le loro imprese. Dall’altro lato, troviamo la “strana coppia” di Israele e Arabia Saudita. Attenendoci alle dichiarazioni pubbliche, secondo il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, si tratta di un “bad deal” che al solito costituisce una “minaccia esistenziale”. Per la monarchia saudita, il “bad deal” favorirà la proliferazione nucleare in tutta la regione come strumento per contrastare la supposta “egemonia” dell’Iran sciita. Passando alle azioni, il governo israeliano cerca sostegno presso la maggioranza repubblicana negli Stati Uniti per fermare il Presidente Obama, e intanto ottiene dalla Germania nuovi sottomarini con cui poter rispondere ad un supposto “first strike” iraniano. L’Arabia Saudita preme anche lei sulla maggioranza repubblicana in Congresso e Senato USA, nonché sulla Francia, con la forza dei suoi investimenti energetici, finanziari e militari. In modo molto più preoccupante, Ryad ha investito in modo tanto massiccio quanto rischioso nella guerra in Yemen. L’intervento dell’aviazione militare con i bombardamenti, il blocco dei porti marittimi e dei confini terrestri da parte di Ryad e dei suoi alleati arabi sono motivati dalla lotta contro i ribelli Houthi in quanto sostenuti dall’Iran perché sciiti. Quello che è un conflitto tra diverse comunità tribali del nord e del sud del Paese viene declinato ora come scontro regionale e confessionale, con la conseguenza di radicalizzarne le posizioni, aggravarne i costi umani e impedirne una soluzione negoziata. Il sostegno dato dall’Iran ai ribelli Houthi sembra essere provato, ma nei fatti molto limitato nella quantità e qualità, e comunque non decisivo per le sorti del conflitto. Ryad gioca allora sul significato simbolico e politico dello Yemen per dimostrare le propria leadership politica e militare: ai rivali iraniani per bilanciare il ruolo di questi ultimi in Iraq e in Siria e l’accordo di Losanna, agli alleati statunitensi e europei per asserire la propria autonomia decisionale e strategica, infine ai Paesi arabi sunniti per allinearli alle proprie posizioni a dispetto delle rivalità endemiche.

 

L’attribuzione di significati politici più ampi ad un conflitto di carattere locale, nazionale, comporta però rischi enormi. Nonostante l’ottimismo manifestato dalla monarchia saudita, i ribelli Houthi proseguono nella loro avanzata, con relative distruzioni e tragedie umanitarie, mentre le forze salafite-jihadiste di al Qaida e affini riescono ad impadronirsi di basi militari dell’esercito yemenita e a rafforzarsi nel Sud del Paese. Infine, un gruppo che si reclama parte dello Stato islamico compie attentati con centinaia di morti tra i civili Houthi. La maggior parte degli analisti strategici e politici arabi sembra concordare sul fatto che non possa esserci una soluzioni militare al conflitto: né l’aviazione saudita né l’esercito egiziano o della Lega araba, né il sostegno statunitense possono garantire il controllo di un territorio tanto vasto quanto difficile come lo Yemen. L’obiettivo più realistico di contenere l’avanzata dei ribelli Houthi al solo Nord del Paese presuppone un coté politico-diplomatico che possa soddisfare i ribelli, ma che al momento non è disponibile. L’eventualità che lo Yemen si trasformi nel Vietnam dell’Arabia Saudita non è poi così lontana: così fu per l’Egitto negli anni Sessanta quando Nasser fece dello Yemen il simbolo della leadership egiziana e repubblicana nel mondo arabo; così potrebbe essere per l’Arabia saudita nel tentativo di asserire la propria leadership conservatrice nel Medio Oriente post-rivolte arabe. Vi è dunque il rischio reale non solo che Ryad persegua ostinatamente obiettivi regionali su un teatro locale senza ottenere risultati tangibili, ma che gli unici beneficiari del conflitto siano quelle forze che hanno successo laddove le istituzioni pubbliche sono collassate e le comunità vengono divise su base confessionale. L’esperienza della Siria e dell’Iraq non sembra aver insegnato nulla.

 

La decisione degli Stati Uniti di sostenere l’Arabia saudita nel suo intervento è parte del tentativo di Washington di rassicurare gli alleati arabi conservatori sul fatto che non verranno abbandonati nella loro difesa strategica. Israele ha già detto che avanzerà nuove richieste di protezione, capitalizzando dunque la sua “special relationship”, mentre la monarchia saudita è già andata all’incasso in Yemen. Se tutto questo era facilmente prevedibile nel breve periodo, è importante vedere se nel medio periodo i 5+1 saranno in grado di mantenere la strada della diplomazia e del negoziato come strumento principale per la risoluzione dei conflitti.

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna