Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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70 anni fa nasceva la Repubblica federale

Gabriele D'Ottavio - 08.05.2019
Copertina_La Germania sospesa

L’8 maggio 1949 i membri del Consiglio parlamentare di Bonn licenziavano il testo della Legge fondamentale, la carta costituzionale istitutiva della futura Repubblica federale tedesca (BRD). La scelta della data non era stata casuale. Quattro anni prima, l’8 maggio era stata firmata la resa senza condizioni della Germania nazista. Con l’adozione della Legge fondamentale venivano gettate le basi di un nuovo ordinamento democratico nella Germania occidentale, che tuttavia godeva di una limitata legittimazione popolare. Per quanto riguarda la scelta del termine, è significativo il fatto che i costituenti preferirono adottare una «Legge fondamentale» (Grundgesetz) e non una «Costituzione» (Verfassung), per evidenziarne la provvisorietà, data l’indisponibilità dei tedeschi ad accettare la divisione del paese come definitiva. La Repubblica federale, al pari della Repubblica democratica tedesca (DDR) istituita nella parte orientale del paese, rappresentava più il prodotto di una scelta di politica estera dei governi alleati che l’espressione della volontà del popolo tedesco. Tanto più che quest’ultimo non aveva avuto la possibilità di eleggere direttamente l’assemblea costituente, né quella di ratificare il testo finale della Carta di Bonn. Il Consiglio parlamentare si componeva dei rappresentanti delle assemblee delle undici regioni occidentali ed era stato investito del potere costituente direttamente dalle forze di occupazione alleate. Sempre alle assemblee regionali spettò, poi, il compito di ratificare il testo finale del Grundgesetz, il 23 maggio 1949.

Ciononostante, col passare degli anni si creò un ampio consenso nell’opinione pubblica tedesca occidentale attorno alla Repubblica di Bonn e alla Legge fondamentale. Alla fine degli anni Settanta si iniziò a parlare dell’esistenza di un vero e proprio «patriottismo costituzionale» (Verfassungspatriotismus). Questo concetto rifletteva, da un lato, la persistente difficoltà per i tedeschi occidentali di esprimere un nuovo orgoglio nazionale dopo la «catastrofe» del 1945, dall’altro, la convinzione diffusa che la democrazia di Bonn fosse riuscita là dove la Repubblica di Weimar aveva fallito: nel garantire la stabilità politica, la crescita economica e il benessere sociale. I risultati raggiunti dalla BRD apparivano ancor più importanti al cospetto delle privazioni a cui erano invece costretti i connazionali residenti nella parte orientale del paese. La consacrazione della Repubblica di Bonn come esperienza storica di successo avvenne nell’ottobre 1990, allorché all’epoca si decise di procedere alla riunificazione tedesca attraverso l’estensione della validità della Legge fondamentale ai territori dell’ex DDR, piuttosto che procedere alla fusione delle due Germanie in un nuovo organismo statale e all’elaborazione di una nuova Costituzione.

A settant’anni dalla nascita della Repubblica Federale e a trenta dalla caduta del muro di Berlino, la democrazia tedesca viene ancora oggi considerata tra le più stabili ed efficienti in Europa. Le vicende più recenti indicano, però, che anche il sistema politico tedesco non può considerarsi al riparo delle sfide che stanno affrontando tutte le democrazie occidentali: crescente disaffezione nei confronti della politica, crisi dei partiti politici tradizionali, ascesa delle cosiddette forze populiste, aumento delle diseguaglianze economiche e sociali, decrescita demografica, problemi della sicurezza internazionale e nella gestione dei flussi migratori, dilemmi connessi alla crescente integrazione dei mercati finanziari. In questo contesto si spiegano anche fenomeni quali, ad esempio, la consistente perdita di consensi dei cristiano-democratici e dei socialdemocratici, i due principali partiti storici della Germania federale, così come il rilevante ingresso sulla scena politica di Alternativa per la Germania (AfD) – una forza politica eurocritica e che presenta ora chiari tratti xenofobi.

È evidente che le novità della politica tedesca appaiono assai meno dirompenti nella loro portata se messe in relazione con quelle che negli ultimi anni sono state registrate in altre democrazie occidentali. Da questo punto di vista, anche la riconferma di Angela Merkel alla guida della Germania per il quarto mandato consecutivo, nel marzo 2018, rappresenta un vero unicum nella storia politica dei paesi membri dell’Unione europea degli ultimi vent’anni. D’altra parte, proprio con l’approssimarsi della fine dell’era Merkel sembra delinearsi l’immagine di un paese «sospeso» tra la tradizionale stabilità e le incognite del presente. Soprattutto al momento non è ancora chiaro se le trasformazioni in atto sulla scena politica tedesca finiranno per ridurre, o invece per aumentare, la distanza che attualmente separa la Repubblica di Berlino dalle altre democrazie europee.