Ultimo Aggiornamento:
22 maggio 2019
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Nano politico ma gigante sociale

Stefano Zan * - 08.05.2019
Landini

La dichiarazione di Landini a favore dell’unità del sindacato in quanto “non esistono più le condizioni storiche ed economiche per la sua divisione” è di grande interesse perché, con sintesi straordinaria dice due cose fondamentali: non c’è bisogno di nessuna autocritica (sono cambiate le condizioni); possiamo partire con un nuovo protagonismo sindacale.

In realtà per capire quale possa essere lo spazio e la prospettiva di un nuovo protagonismo sindacale credo convenga riflettere sulle ragioni che negli ultimi anni hanno portato ad una evidente marginalizzazione politica del sindacato. Il punto di svolta è stato il rifiuto della concertazione da parte dei diversi governi che si sono succeduti negli anni, partendo da alcune convinzioni:

-          Il sindacato è una delle più forti corporazioni che inducendo politiche redistributive aggrava i conti dello stato (Olson)

-          Il sindacato è una corporazione conservatrice che tutela i garantiti a scapito dei non garantiti

-          Gli accordi tra governo, sindacato e associazioni imprenditoriali esautorano il parlamento

-          Il governo può e deve gestire in prima persona le politiche economiche, industriali e del lavoro nell’interesse di tutti i cittadini e non solo degli iscritti al sindacato

Con accenti e sfumature diverse (dialogo sociale) da allora ad oggi l’idea di fondo è che qualsiasi governo possa fare a meno del confronto con il sindacato, salvo qualche veloce interlocuzione di rito, perché da un lato questo è un diritto primario del governo stesso ma, dall’altro lato il sindacato non ha la forza per opporsi a questa prospettiva. In effetti le cose in questi anni sono andate più o meno così e la conflittualità sociale (scioperi contro le politiche del governo) è stata bassa e inconcludente. Anziché pensare ad un diverso e nuovo protagonismo non più concertativo il sindacato ha continuato a rivendicare la concertazione come metodo dl valore assoluto a prescindere dai contenuti, ma su questo piano non ha ottenuto alcuna concessione e nessun risultato. A fronte della progressiva marginalizzazione il sindacato anziché compattarsi si è diviso tanto sul piano della contrattazione aziendale (contratti separati) quanto sul piano dei rapporti con il governo. In particolare la CGIL ha assunto una posizione di sistematico antagonismo nei confronti delle politiche del governo Renzi che ha contribuito non poco alla scissione del PD e alla sua sconfitta alle elezioni. Prima e dopo le elezioni del 4 marzo il sindacato si è caratterizzato per il suo silenzio assoluto su quanto stava avvenendo lasciando intendere che da un lato voleva ribadire la sua piena autonomia dai partiti e dall’altro che alcune delle proposte della Lega e dei 5 Stelle intercettavano in realtà posizioni in sintonia col sindacato molto di più di quelle del PD.

Sul piano più strettamente sindacale le cose hanno cominciato a prendere una piega diversa con l’ultimo contratto dei metalmeccanici firmato unitariamente proprio da Landini, allora segretario FIOM, e dalla gestione unitaria di molte crisi aziendali.

Sul piano politico, ma in epoca assai più recente, il sindacato si è reso conto non solo che questo governo, come quelli che lo hanno preceduto, non ha nessuna intenzione di aprire alcuna interlocuzione sistematica con le forze sociali ma che è un governo sempre più di destra che, a fianco di politiche apparentemente pro labour, ma sempre confuse e tecnicamente mal congeniate, si caratterizza per politiche retrive sul piano dei diritti civili e uno scarso impegno sullo sviluppo dell’economia e dell’occupazione.

La prospettiva che, data la situazione politica, esistano forti probabilità che per molti anni a venire il Paese sarà comunque governato dalle destre, facilita certamente la ricompattazione del sindacato e la sua azione unitaria come forza di opposizione sociale a fronte di un’opposizione politica ancora assai debole, e questo apre indubbiamente ampi spazi ad un nuovo protagonismo sindacale non solo sulle politiche industriali ma su questioni come il welfare, il fisco, le migrazioni, la scuola, ecc.

Resta da vedere se questa volta il sindacato sarà in grado di riempire anche in modo innovativo questi spazi e l’azione unitaria è certamente una precondizione indispensabile per realizzare un nuovo protagonismo.

Non andrebbe poi dimenticato, cosa che molti ignorano, che a fronte di una evidente marginalizzazione politica in questi anni il sindacato in realtà è cresciuto e ha consolidato le sue strutture di servizio, tutela, assistenza per i lavoratori, i cittadini, le famiglie, i migranti, gli anziani dando vita ad una rete integrata di solidarietà sociale organizzata e radicata sul territorio che non ha eguali. Una rete che è interfaccia fondamentale per lo Stato (Caf e patronato) e per gli enti locali (servizi sociali, integrazione, casa, assistenza, ecc.). Parafrasando una vecchia espressione si potrebbe dunque dire che il sindacato è “un nano politico ma un gigante sociale”. La valorizzazione politica di questo enorme patrimonio sociale potrebbe rappresentare una delle leve fondamentali del nuovo protagonismo sindacale.




 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it