Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Xi Jinping per sempre

Aurelio Insisa * - 17.03.2018
Xi Jinping presidente Cina

Lunedì 11 marzo l’Assemblea Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha approvato, con percentuali tipicamente "bulgare", un emendamento costituzionale che ha abolito il limite di due mandati per la carica di Presidente della Repubblica. L’emendamento, proposto all'Assemblea dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) questo gennaio (ma reso pubblico solo a febbraio), permetterà all'attuale Presidente Xi Jinping di rimanere al potere oltre il termine del suo secondo mandato nel 2023. La ratificazione dell’emendamento costituzionale è stato l’ultimo passaggio di un processo iniziato nel diciannovesimo Congresso del PCC svoltosi lo scorso ottobre. In quell'occasione, le nomine del nuovo Comitato Permanente del Politburo non diedero alcuna indicazione sull'identità del successore del Segretario Generale in carica (contrariamente a quanto avvenne nel diciassettesimo Congresso, nel 2007).

Questo emendamento è destinato a produrre un cambiamento fondamentale negli equilibri politici in Cina, poiché scardina quel processo interno di “istituzionalizzazione” (zhiduhua) che a partire dalla metà degli anni novanta creò un quadro di riferimento istituzionale coerente e soprattutto prevedibile. Le pietre angolari di questo processo furono l’introduzione di un limite di età informale di 68 anni per le cariche di Partito, ed il limite di due mandati (entrambi di durata quinquennale) per la presidenza della Repubblica. Al vertice della piramide burocratica dell’apparato Stato-Partito, l'istituzionalizzazione del Partito si tradusse nella figura di un leader (lingdao) “uno e trino”, contemporaneamente Segretario Generale del Partito, Presidente della Commissione Militare Centrale del Partito (alla quale risponde l’Esercito di Liberazione Popolare), e Presidente della Repubblica. Jiang Zemin fu il primo leader cinese a riunire nella sua persona queste tre cariche nel 1993. 

Tale processo, scaturito alla fine del lungo periodo di tutelage del PCC da parte di Deng Xiaoping, che durò dalla svolta “riformista” del 1978 fino ai primi anni novanta, si poneva l'obiettivo di evitare il ripetersi del caos politico e istituzionale della Rivoluzione Culturale e del tardo maoismo tra la seconda metà degli anni sessanta e i tardi anni settanta, ma soprattutto quello di impedire l’ascesa di "nuovi Mao” capaci di agire al di sopra e al di fuori del Partito.

 

 

Vantaggi nel breve termine, ma quale futuro per lo Stato-Partito cinese?

Il processo di istituzionalizzazione del Partito garantì alla Cina la certezza di poter contare su amministrazioni centrali capaci di pianificare oltre il breve periodo, grazie a mandati sostanzialmente decennali, ed il vantaggio di poter fare affidamento su meccanismi di transizione del potere codificati ed affidabili, sebbene organizzati secondo gli arcani equilibri tra le diverse fazioni del Partito, piuttosto che secondo logiche di carattere “democratico”.

Date queste premesse, non deve quindi stupire il fatto che la parola “stabilità” sia diventata l’architrave di ogni narrazione riguardante l’ascesa economica e politica della Cina negli ultimi due decenni. Eppure, appena al di sotto di un’apparente superficie immobile, le due transizioni sperimentate dal paese si rivelano non esenti da tensioni. Già durante la prima transizione occorsa nel 2002, il nuovo Presidente e Segretario Generale Hu Jintao non riuscì ad ottenere il controllo della Commissione Militare Centrale, la quale rimase nelle mani di Jiang fino al 2004.

La seconda transizione, che portò al potere Xi Jinping nel 2012, fu anch'essa caratterizzata da spasmi poco consoni all'immagine ingessata di una grigia transizione tra tecnocrati. Il “caso” Bo Xilai, il potente sindaco neomaoista di Chongqing arrestato per corruzione nel febbraio del 2012, i rumours di un colpo di stato con carri armati per le strade di Pechino a marzo, l’ancora inspiegata scomparsa di Xi da qualunque funzione pubblica per due settimane a settembre, poche settimane prima di assumere la segreteria di Partito, ed infine l’inaspettata, rapidissima eclissi di Hu Jintao dal panorama politico cinese, dimostrano che la transizione occorsa nel 2012 fu tutt'altro che indolore per il Partito.

Alla luce di ciò si può ipotizzare che lo shock “sommerso” della turbolenta transizione del 2012 abbia spinto i maggiori power brokers cinesi a legare a doppio filo il destino del Partito con quello Xi Jinping. Certo è che fin dall'inizio del suo primo mandato il leader cinese non ha trovato ostacoli visibili sulla sua strada: Xi è riuscito ad accentrare nella sua persona la politica economica e quella estera del paese in un contesto domestico caratterizzato da una campagna anti-corruzione feroce e di un crescente soffocamento del dissenso anche a livello intra-partitico. All'interno di questo quadro, il recente emendamento costituzionale rappresenta la naturale conclusione di un percorso iniziato fin dal 2012. Infatti, voci su una possibile revisione delle regole interne della leadership cinese emersero tra China watchers di Hong Kong addirittura nel 2013, sebbene esse furono all'epoca velocemente derubricate a semplice gossip tra specialisti.

Quali saranno le conseguenze dell’apoteosi politica di Xi? Analisti e commentatori sono quasi unanimi nel descrivere uno scenario di vantaggi immediati a breve termine e nel medio periodo, ma di crescenti difficoltà nel lungo periodo. Nei prossimi anni, Pechino potrà espandere il già esistente vantaggio nella pianificazione ed attuazione di politiche estere ed economiche vis-à-vis gli altri maggiori attori politici globali, in particolare quelli occidentali, afflitti dalla crescente disaffezione/radicalizzazione dei propri elettorati e dalla conseguente instabilità politica. Nel lungo termine, alla fine dell’era Xi il regime cinese dovrà fare affidamento ad istituzioni interne profondamente delegittimate e sclerotizzate, col rischio concreto di una lotta aperta per il potere tra fazioni diverse. 

In ultima analisi, come spesso accade in questi casi, nel momento in cui il paese sembra aver raggiunto l’era “peak Xi”, è bene cominciare a pensare immediatamente a cosa sarà la Cina dopo Xi.

 

 

 

 

* Aurelio Insisa è Honorary Assistant Professor in storia cinese al Dipartimento di Storia della University of Hong Kong