Voglia di sfascio?
C’è uno strano clima in queste ultime settimane di campagna elettorale. Sappiamo bene che a ridosso delle urne quasi tutti cercano di alzare la voce per attrarre consensi senza badare troppo, non diremo alla correttezza, ma neppure a tener almeno un minimo conto del fatto che le elezioni saranno senz’altro un passaggio importante, ma è dubbio siano una specie di giudizio di Dio sul mondo politico. Tuttavia vedere che si sta giocando la partita senza preoccuparsi di compromettere definitivamente il nostro sistema-paese ci sembra un pessimo segnale.
La crisi in cui versiamo è un dato acquisito e le sue conseguenze anche. Sul piano politico sembra esserci in Italia una duplice tendenza suicida: la prima è a cercar salvezza nell’estremismo populista, la seconda è a fuggire da ogni responsabilità e coinvolgimento rifugiandosi nell’astensionismo. Questo è ciò che appare emergere dai sondaggi, ma questo è anche ciò che si percepisce vivendo a contatto con la gente.
Ebbene quale è la reazione delle classi politiche e delle classi dirigenti? La razionalità politica suggerirebbe che in queste condizioni si cerchi di fare muro, superando le diverse inclinazioni ideologiche e di gruppo. La raccolta di consenso predicando l’uscita dall’euro, la scissione in piccole patrie, la “gita su Roma” per mandare all’ospizio il presidente della Repubblica, non sono proprio questioncelle da prendere sottogamba. Stiamo parlando di una quota di elettori che è stimata in un terzo almeno di quelli che andranno a votare. Difficile illudersi che si tratti di eruzioni momentanee che sarà facile riassorbire.
Teniamo poi conto di un contorno che si adopera per foraggiare questi sentimenti di antipolitica. I recenti scandali sulla gestione dell’Expo di Milano, sui politici indagati che scappano come in una telenovela o che finiscono in galera con accuse infamanti, su alcuni vertici bancari nel mirino della magistratura per intrighi di potere, sono benzina gettata sul fuoco di una opinione pubblica che ribolle. E’ inutile dire che al momento si tratta di accuse che andranno poi vagliate e provate (ma in alcuni casi ci sono già riscontri e ammissioni): in questo paese ciò che conta è prima la giustizia spettacolo e poi l’accertamento rigoroso dei fatti (accertamento che arriverà con una lentezza inaccettabile).
Dunque il clima è assai favorevole ad una crescita della sfida che per semplificazione chiamiamo populista, ma che è qualcosa di più complicato: è la convinzione in una quota non indifferente del paese che l’unica risposta da dare sia una specie di “purificazione radicale”, cioè un fare piazza pulita di tutto il sistema e poi si vedrà. Non importa spiegare quanto questo atteggiamento sia irrazionale e non abbia mai portato a dei risultati. Importa capire che questa è la sfida che ci troviamo davanti e a cui le classi dirigenti devono dare risposta.
L’impressione è che invece molti, troppi, pensino che tutto sommato la sfida dello sfascio sia una buona opportunità. Alcuni pensano che questi movimenti facciano in un certo senso il lavoro sporco per loro: spazzeranno via i vecchi mandarini ed apriranno la strada all’avvento di una classe dirigente nuova (di cui ovviamente si immaginano parte costitutiva). Altri furbescamente speculano sul fatto che un sistema sotto perenne ricatto è debole e consente ottimi spazi di manovra per i loro gruppi di potere. Altri ancora sperano che gli attacchi del populismo indeboliscano solo i propri avversari aprendo invece possibilità per loro di lucrare sullo scompaginamento dei concorrenti. Ovviamente tutti costoro si illudono che lo sfascio sia solo un grande carnevale irriverente, che poi lascerà il posto ad una normale stabilizzazione.
Si vedono chiaramente i segnali di quanto abbiamo detto anche solo esaminando l’incapacità dei partiti di fare argine a Grillo. La sfida che l’ex comico lancia è, per dirla in una battuta, all’ultimo sangue. La risposta che gli viene data non è affatto univoca come ci sarebbe da attendersi. Berlusconi mina ogni giorno di più la politica delle larghe intese riformatrici, perché si rende conto che ormai è marginalizzato rispetto al ruolo di perno del sistema e. poiché quel che gli interessa è solo la sua persona, capisce che, anche solo per ragioni anagrafiche, non potrà avere il tempo di ricostruirsi una qualche centralità.
Renzi non è sostenuto dal suo partito con la convinzione necessaria e non può neppure contare su una squadra di collaboratori all’altezza della sfida in corso. Lui è molto bravo, perché ha le doti di duellante necessarie in questo momento, ma non può pensare di farcela da solo (sicché un certo favore che aveva da parte di media importanti, sembra vacillare). Quanto alla coalizione di governo è fatta di componenti che sperano solo in un ridimensionamento del PD e del suo leader e dunque, anche se più o meno sotto traccia, puntano a suggerire che l’attuale premier non è quella diga che sarebbe necessaria contro i pericoli populisti.
Non occorre un acume politico particolare per capire che l’ambiguità che circola in troppi ambienti delle classi dirigenti circa la risposta da dare alla sfida dello sfascismo è un sintomo preoccupante di quella crisi di capacità di governo da cui l’Italia fa così fatica ad affrancarsi. Eppure solo liberandosi da essa si troveranno i mezzi per un rilancio che pure sarebbe possibile.
di Paolo Pombeni
di Azzurra Meringolo *


