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20 luglio 2019
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Una stabilizzazione impossibile?

Paolo Pombeni - 03.09.2016
Matteo Renzi conferenza stampa

Il problema più grave che ha la politica italiana in questo momento è l’incapacità di trovare una qualche forma di stabilizzazione, almeno nel breve periodo, cioè sino alla scadenza naturale della legislatura nella primavera del 2018. Non si tratta di rincorrere l’utopia del vogliamoci tutti bene, che è senza senso, quanto di misurarsi con l’orizzonte turbolento che abbiamo davanti.

La stagnazione economica è un serio problema e non vale mettersi a discutere se qualche decimale in più del PIL ci autorizzi a proclamare che ci sono stati anni in cui andava peggio. Quella finisce per essere una magra consolazione, perché tutti sanno che la ripresa è figlia di un sentimento se non proprio di fiducia, almeno di atteggiamento positivo verso l’avvenire. Ed è proprio quello che oggi manca, sia a livello di opinione diffusa sia fra gli operatori economici, restii ad investire soldi (che pure ci sono: basti pensare ai depositi bancari e affini) in nuove iniziative di sviluppo.

Del resto il quadro di quello che una volta si definiva “lo spirito pubblico” non è dei migliori. Ogni giorno emergono comportamenti a dir poco sconcertanti a livello di società nel suo complesso. La tragedia del terremoto ha scoperchiato la realtà di amministrazioni che gestiscono in maniera a dir poco dilettantesca le risorse disponibili, di imprese che sguazzano in questa palude di corpi pubblici dove manca il senso di responsabilità, e, diciamolo, di cittadini che si ribellano solo quando arrivano gli effetti disastrosi di questo modo di comportarsi.

Ora le ragioni che hanno creato questo contesto sono molteplici e ciascuno può divertirsi (il termine suona sinistro) a calcare la mano su questo o quell’aspetto tralasciando gli altri: incompetenza della politica, irresponsabilità delle strutture amministrative (quando non vi siano casi di vera e propria corruzione), tolleranza del nostro modo di pensare verso chi fa il furbo a vario titolo. Tutte cose vere, ma una ragione importante per cui questi fenomeni che pure hanno radici lunghe nella nostra storia (ed è colpevole non avere mai avviato una seria azione per sradicarli) si sono cronicizzati negli ultimi decenni è la mancanza di una stabilizzazione dell’orizzonte politico.

Quando abbiamo superato la fissità della distribuzione del potere nella prima repubblica, l’epoca dell’egemonia della DC, siamo passati ad un sistema dell’alternanza che però ha ignorato le regole fondamentali perché esso funzioni: una amministrazione che non risponde ai partiti, e una consapevolezza da parte delle classi che si alternano al potere che il loro spazio per manovre di parte è circoscritto, mentre il resto deve andare avanti a prescindere dagli appetiti d fazione.

Sappiamo bene che è un ventennio che così non è, per cui ogni cambio di maggioranza è l’occasione per terremotare tutto, destra e sinistra in questo si distinguono poco, e quel che rimane intatto è il potere di quei “mandarini” che si sono creati delle riserve personali che mettono poi al servizio dei mutevoli equilibri del sistema.

Ecco la ragione per cui ogni volta che si profila una nuova distribuzione nella mappa del potere si finisce per assistere alla rivolta generalizzata di tutti coloro che lo perdono verso il nuovo signore, mentre in parallelo c’è una corsa più o meno camuffata a farsi ricevere alla nuova corte e ad entrare nelle grazie dei “cerchi magici” del momento.

E’ quanto è puntualmente accaduto con l’avvento al potere dell’uomo nuovo Renzi. Quel con cui non si vuole fare i conti è che la perdita sopportata dall’Italia con questo andazzo della politica è stata notevole: perso senso dello Stato, feudalizzate le classi dirigenti, ma soprattutto distrutta ogni possibilità di fare progetti, perché rimaneva sempre oscuro quanto sarebbe durato l’equilibrio precario raggiunto. In queste condizioni non c’è da meravigliarsi se chi ha potuto ha lavorato solo per consolidare la sua rendita di posizione e per mettere al riparo quanto aveva accumulato.

Oggi paghiamo il prezzo di questo contesto. Neppure una emergenza nazionale come quella del terremoto, neppure la stagnazione economica da cui non si riesce ad uscire, neppure una delicata situazione internazionale in cui ci troviamo coinvolti, riescono a convincere le forze politiche ad una politica di responsabilità generale verso la nazione. Ormai tutti sono troppo abituati a scommettere sull’instabilità del potere per cui nessuno vuole cambiare strategia di gioco, convinto che tanto alla fine l’avversario verrà travolto. Chiunque segua anche distrattamente i movimenti della politica italiana sa bene di cosa stiamo parlando.

Sembrerebbe che in queste ultime settimane qualche sussulto di responsabilità si sia avuto. Renzi ha cercato di mettere in campo politiche dialoganti soprattutto con le forze sociali e queste sembrano rispondere positivamente. Qualche forza politica ha mostrato di cercare nuove vie rispetto alle vecchie diatribe oppositive. Sono però fenomeni ancora troppo circoscritti per far parlare d una maturazione della situazione, a cui, non ci stancheremo di ripeterlo, non contribuiscono gli opinion maker e i loro strumenti, anch’essi ormai per la maggior parte vittime della cristallizzazione delle loro parti nella vecchia commedia dell’arte.

Purtroppo il tempo rimasto per far maturare un nuovo approccio che stabilizzi la vita politica italiana è poco, perché, per usare una vecchia battuta, il mondo non ha alcuna intenzione di aspettare i nostri comodi.