Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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Una politica sospesa

Paolo Pombeni - 09.10.2019
Lorenzo Fioramonti

Che dire della attuale fase della politica italiana? Tutto sembra sospeso, eppure agli scricchiolii che si avvertono in continuazione non corrisponde al momento alcun reale pericolo di crollo della situazione, per la semplice ragione che nessuno può permettersi una crisi. Le ragioni sono quasi banali. La prima è che siamo ormai in area di legge di bilancio. Dopo aver predicato per mesi sui pericoli dell’esercizio provvisorio, dopo i continui “vade retro” proclamati contro l’aumento dell’Iva, chi potrebbe presentarsi agli elettori essendo responsabile di avere aperto la strada alla realizzazione di quanto era stato presentato come disastroso?

Qualcuno sostiene, per certi versi non a torto, che è proprio questa situazione bloccata che consente a tutti i vari giochetti della politica pirotecnica: si possono fare i fuochi d’artificio, ma si è sicuri che non si incendierà nulla. Un po’ di fan si confermeranno nella loro fiducia nelle potestà taumaturgiche dei leader, ma questi non dovranno sobbarcarsi la responsabilità di gestire una crisi. I più maligni sussurrano che qualcuno (il solito Renzi?) potrebbe più banalmente sfruttare questa situazione bloccata non per far cadere il governo e andare alle elezioni, ma semplicemente per cambiare il premier.

L’ipotesi ci pare frutto di un ragionamento poco realistico. Per sbarazzarsi di Conte, l’ipotetico congiurato dovrebbe trovare un appoggio trasversale nei partiti della attuale maggioranza, ma non si vede cosa questi ci guadagnerebbero. Può essere vero che il protagonismo di Conte non è visto benissimo da tutti, ma lui rimane un personaggio isolato, senza una sua forza in grado di supportarlo: per i partiti della sua coalizione la condizione ideale per tenere sotto controllo un presidente del Consiglio. Un altro personaggio di questo tipo non sarebbe facile da trovare.

Resta il fatto che la situazione politica non è brillante. Le continue frizioni nella maggioranza, la corsa di tutti a ritagliarsi spazi nei vari teatrini, non sono ciò che determina la debolezza attuale, sono piuttosto la spia del nervosismo che sta impadronendosi di tutte le forze politiche.

La scadenza della legge di bilancio continua ad essere un macigno sulla strada del governo, perché le risorse disponibili sono poche, la crisi dell’economia mondiale non accenna a risolversi e di conseguenza non è facile mantenere tutte le promesse che si sono fatte. Non sappiamo quanto fondamento abbia la notizia che di fatto alla quadratura dei conti sulla manovra di bilancio mancano 14 miliardi. Vediamo solo che ultimamente c’è maggiore cautela nel chiedere che si facciano le cosiddette “manovre coraggiose” su questo o su quello. Tanto per dire, Renzi, dopo aver sparato a zero sull’insufficienza dei tagli al cuneo fiscale, ha finito per dire che per il momento può anche accettare che ci si fermi lì. Conte, dal canto suo, ha spiegato che la manovra economica che il suo governo ha in mente si spalmerà su tre anni, senza spiegarci in base a quali calcoli razionali possa ritenere che nei prossimi anni ci saranno condizioni molto migliori nonostante la crisi che alcuni economisti vedono ancora ben presente.

Bloccato sul discorso della riforma economica, il governo non ha molto altro da offrire. Uno se la può anche raccontare come fanno i Cinque Stelle che credono che il taglio secco di 345 parlamentari sia una riforma storica: forse come testimonianza di una involuzione della capacità italiana di fare politica, ma non molto di più. Ogni meccanismo che si tocca avrebbe bisogno di una riprogettazione complessiva del quadro in cui è inserito: così è per la revisione del numero dei parlamentari (in sé accettabile), così per la riforma della giustizia. Parliamo di riforme di sistema, non ovviamente di interventi un po’ a caso come alcuni di quelli che propone il ministro dell’Istruzione Fioramonti, che si possono sempre fare, tanto ormai è passata l’idea che ogni ministro può fare e disfare qualcosina, tanto per segnare il suo passaggio.

Sul modo di sistemare le grandi questioni aperte i partiti della coalizione di governo continuano a non avere idee condivise. La tematica della necessaria riforma del sistema elettorale a seguito del taglio dei parlamentari è emblematica. L’accordo sembra limitarsi a pochi punti: necessità di rivedere le circoscrizioni (eliminando il riferimento regionale per il Senato) perché altrimenti ci sarebbero scompensi; uniformare l’elettorato attivo e passivo del Senato a quello della Camera (18 e 25 anni). Di fatto un accordo a garantirsi due Camere che siano fotocopia una dell’altra nella speranza che così non ci possano essere diversità di maggioranze a sostegno del governo. Che poi questo significhi mettere tutto il sistema nelle mani dei vertici nazionali dei partiti ovviamente va benissimo visto che sono questi che stanno facendo la riforma.

Può bastare questo piccolo cabotaggio pratico a livello parlamentare, contornato da una libertà di agitazione nei talk show di varia natura, a far superare al paese i travagli di questa ormai lunga trasformazione dei suoi equilibri politici? Ne dubitiamo. Passerà la fase di blocco garantita dalla necessità di approvare la legge di bilancio, si scioglierà l’incognita sull’esito delle prime elezioni regionali in programma, e allora quel che si è seminato in questi mesi assatanati comincerà a dare i suoi frutti. Quali potranno essere rimane una incognita.