Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Una politica senza leadership

Paolo Pombeni - 02.05.2018
No leadership

Definire confusa l’attuale fase politica è un eufemismo. Impantanati nel populismo sparso a piene mani nella lunghissima campagna elettorale che non abbiamo ancora alle spalle, i partiti non riescono a trovare una ragionevole via d’uscita dai risultati prodotti da una legge elettorale cervellotica, rispetto alla quale nessuno si è preso alcuna responsabilità per averla fatta passare. Matteo Renzi nel suo show al programma di Fazio ha rivelato di essere succube di quel populismo che vorrebbe denunciare negli altri, quando ha continuato a ripetere la favoletta dei vincitori e dei vinti e delle responsabilità di fare il governo che dovrebbero toccare ai primi mentre i secondi devono fare l’opposizione.

E’ curioso che nessuno ricordi che in democrazia gli elettori votano perché ogni deputato concorra a rappresentarli nel formare l’indirizzo del governo del paese: se lo farà entrando in una maggioranza che esprime un esecutivo, o in un lavoro di critica dialettica a quanto farà un esecutivo di cui non fa parte, o in altri modi (non è detto che non si possa a volte concordare e a volte dissentire) non è determinato dalla conta dei voti nelle urne, ma dal contesto della politica parlamentare. Varrebbe la pena di ricordare poi che quella dovrebbe avere un iter lungo, idealmente l’intera legislatura, per cui di necessità gli orientamenti andranno continuamente riconsiderati con quel che succede nel prosieguo del tempo.

Dovrebbero essere considerazioni elementari, ma ormai suonano come parole al vento. A dominare sono invece tatticismi con cui produrre contemporaneamente battute per gli spettacoli televisivi e furberie tattiche per animare il teatrino della politica. Il dato di fondo è che nessuno dispone di una soluzione ragionevole nell’interesse dei cittadini, a cui tutti a parole fanno riferimento, che sarebbe poi quello di avere un governo che, nel quadro di un parlamento capace di fare il suo mestiere (cioè di orientarlo e controllarlo), agisca per gestire questa delicata fase di passaggio negli equilibri interni e internazionali.

Il centrodestra sembra arroccarsi sulla tesi del “governo di minoranza”, cioè di un esecutivo che pur non avendo in autonomia i voti per stare in piedi possa reggersi sul concorso benevolo e/o interessato di altre forze che gli regalano l’astensione. La prospettiva è fasulla e per dimostrarlo basta ragionare sul parallelo che si fa col governo Andreotti delle astensioni. All’epoca il PCI consentì il varo di quel governo minoritario della DC perché si voleva andare verso il compromesso storico (e perché c’era la grave minaccia terrorista incombente) non certo per consentire un astratto diritto di preminenza al partito più votato (fra il resto per un piccolo margine).

Oggi il Presidente della Repubblica dovrebbe consentire il varo comunque di un governo di minoranza, per di più a serio rischio di non ottenere neppure la fiducia parlamentare o di perderla rapidamente, sicché accadrebbe poi che quel governo resterebbe comunque in carica per l’ordinaria amministrazione essendo inevitabile a quel punto lo scioglimento della legislatura. Ciò significherebbe che quel governo si troverebbe contemporaneamente ad avere in mano i non pochi poteri di gestione e nomina che comunque gli spettano (si pensi, tanto per dire, ai vertici Rai in scadenza) e la preparazione delle elezioni anticipate. Se vi sembra poco e senza rischi …

Tuttavia a questa narrazione i Cinque Stelle non sanno veramente cosa opporre. Giocano, con abilità va riconosciuto, a fare i martiri che hanno cercato di dialogare con tutti ma non ci sono riusciti per la protervia poltronista dei loro interlocutori. Ovviamente sorvolano sul fatto che come dialogo intendevano un procedimento che portasse gli altri ad accettare in sostanza il loro programma elettorale, inchiodati com’erano alla tesi che quello non si poteva cambiare e neppure rinviare ad una fase successiva. Con questo hanno di fatto attirato i loro avversari/interlocutori nella trappola di dover essi dichiarare che tanto non si sarebbe cavato un ragno dal buco, illudendosi così di non dovere pagare pegno (ma il loro scarso successo sia in Molise che in Friuli a qualche riflessione dovrebbero pure indurli).

Il PD si è fatto chiudere nell’angolo da entrambi gli avversari. Certo la prospettiva di un dialogo con i pentastellati era più che problematica, ma per portarla a buon fine, cioè semplicemente per uscirne senza le ossa rotte, sarebbe servita una leadership autorevole che non c’è. Renzi allora non ha resistito a fare il Pierino, convinto di avere la carta buona da giocare: spingere per un governo di transizione, mentre in Parlamento si sarebbe fatta la necessaria riforma elettoral-istituzionale. In astratto la proposta sarebbe plausibile, non fosse che il suo super-ego non ha resistito al presentarla come un “Renzi 2-La vendetta” rispetto alla sconfitta referendaria del suo progetto di riforma costituzionale. Siccome nessuno è fesso, diventa impossibile che gli sia consentita questa rivincita così sbandierata in anticipo e dunque il risultato del suo show, perché non è stato più di questo, diventa quello di rendere assai difficile sia il governo di tregua che l’avvio di un rinnovato percorso di riforme istituzionali.

In definitiva i partiti sono riusciti a fabbricare un campo di macerie per di più con l’ipocrisia di dire tutti che spetterà a Mattarella trovare il modo se non di ricostruirlo, di renderlo almeno transitabile fino all’inevitabile sbocco in una nuova contesa elettorale. Se il paese possa permettersi un prolungamento ulteriore dei fuochi d’artificio di una campagna per lo show-down alle urne sembra una domanda che interessa poco ai signori della politica-spettacolo.

Peccato sia la domanda dirimente per i cittadini che vorrebbero poter avere prospettive di ripresa del paese piuttosto che di sfida finale fra leader senza capacità di vera leadership.