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Un passaggio molto difficile

Paolo Pombeni - 29.11.2014
Quirinale

E’ un passaggio molto difficile quello che si appresta ad affrontare il nostro paese. Ci riferiamo alla successione di Giorgio Napolitano alla presidenza della repubblica. L’evento, annunciato qualche tempo fa in anteprima da Stefano Folli nella sua rubrica, è venuto confermandosi non per atti ufficiali, ma per comportamenti sempre più di chiarimento non solo di quel che sarebbe avvenuto (perché era noto che questo mandato presidenziale non sarebbe durato a lungo), ma per i tempi in cui si sarebbe verificato: appare ormai certo che Napolitano lascerà dopo il messaggio di fine anno, come tutti ripetono senza essere smentiti e come appare da un succedersi di eventi che hanno tutto il sapore di commiati.

Questo comportamento è da apprezzarsi perché mostra la sensibilità di Napolitano verso la delicatezza della situazione attuale. Non potendo evidentemente rimandare la sua decisione per ragioni che non esprime ma che lascia intuire, dovendo subite un ritiro prima che si avverassero le condizioni che aveva posto al momento della sua rielezione (far giungere in porto alcune riforme istituzionali importanti), il presidente è consapevole che la scelta del suo successore non sarà una passeggiata. Colla situazione politica attuale, con i partiti sfasciati o in fibrillazione profonda, con una crisi economica che morde sempre più gli equilibri sociali, la necessità di mettere al vertice dello stato una personalità che goda del rispetto generale e che di conseguenza sia in grado di reggere il ruolo di arbitro della nostra transizione sembra quasi essere la classica missione impossibile.

Una larga intesa come quella che si verificò per l’elezione di Ciampi richiede due condizioni che sono difficili da ravvisare oggi: una leadership solida sui due maggiori partiti parlamentari (allora si ebbe la regia di Veltroni e Berlusconi), la disponibilità di una personalità che, pur avendo un solido retroterra di esperienze con la politica, non fosse identificato come un “politico di professione”. I 707 voti con cui Ciampi fu eletto alla prima votazione il 13 maggio 1999 appaiono un evento difficile da replicare.

L’attuale situazione politico-parlamentare è, come minimo, confusa. Ci sembra difficile che il presidente del Consiglio possa intestarsi direttamente il lavoro del tessitore dell’accordo per determinare chi sarà il futuro inquilino del Quirinale. Già all’inizio della nostra storia repubblicana né De Gasperi riuscì a farlo (voleva Sforza e venne eletto Einaudi), né poté farlo Fanfani (voleva Merzagora e venne Gronchi). I partiti, come dicevamo, non hanno situazioni tali da far immaginare che oggi sia possibile imporre loro una qualche forma di “disciplina”. Nel PD lo si è visto con Bersani nella recente vicenda della mancata compattezza prima su Marini e poi su Prodi. Oggi Renzi è sotto attacco perché una gran parte dei suoi parlamentari lo vorrebbero indebolire e questi trovano fuori del partito varie sponde (Sel, quel che resta dei civici, ecc.). Forza Italia è la classica nave senza nocchiero e Berlusconi non sembra avere alcuna possibilità di riprendere il controllo della situazione.

Soprattutto ora c’è la grande incognita di cosa succederà al Movimento Cinque Stelle. Le ultime mosse di Grillo non sono facili da decifrare. Per certi versi sembrerebbe intenzionato a far giocare qualche partita ai parlamentari che gli sono fedeli, tipo Di Maio, ma che al tempo stesso hanno imparato a navigare in quelle acque perigliose. Potrebbe essere che in vista del difficile passaggio delle elezioni presidenziali giudichi conveniente che i suoi facciano un po’ di accordi politici vecchio stampo, pronto ad intestarsene il successo se del caso, ma anche, nel caso opposto, a sconfessare tutti ed a riprendersi direttamente in mano il movimento, rivendicando la verginità del capo rispetto ai riti della politica.

Il fatto è che di questa opportunità non ci siamo accorti solo noi, ma tutti quelli che si preparano alla battaglia futura per il Quirinale e ciò significa che molti si organizzano per giochi spericolati contando sulla variabile destabilizzante dei grillini.

Si aggiunga che l’opinione pubblica è in questo momento spaesata. Grandi agenzie che possano con autorevolezza cooperare all’individuazione quantomeno del profilo di un futuro presidente non ne sono rimaste: non possono farlo la chiesa, i sindacati, gli industriali e le altre organizzazioni economiche. I mezzi di comunicazione sociale, come si usava definirli, cioè giornali, radio, tv, ecc. non godono della autorevolezza necessaria e preferiscono il giochetto del toto-nomi che consente di stare nell’ambiguità fra chi fa l’osservatore esterno e chi fa il manipolatore del consenso per conto di questo o di quello.

Naturalmente può sempre accadere che qualche evento imprevisto costringa a trovare quella via d’uscita che oggi non sembra esistere, ma c’è da temere che tale evento imprevisto sarebbe di natura poco piacevole, per cui non c’è da augurarselo.

Sarebbe preferibile che si trovasse una via per costruire il consenso necessario, ma contemporaneamente qualcuno che potesse instradare il dibattito su questa via e governarne lo sviluppo. Razionalmente questa sarebbe la premessa auspicabile di un percorso virtuoso, ma, purtroppo, per la razionalità non corrono buoni tempi.