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Un dibattito sfuocato

Paolo Pombeni - 23.10.2014
Partiti DC e PCI

Che senso ha questo gran dibattere (si fa per dire) sulla “forma partito” in atto nel PD in un momento in cui il paese è alle prese con problemi assai seri circa il suo futuro? In realtà la questione del “partito” è un argomento per parlare d’altro e cioè per affrontare da un’ottica particolare il tema del mutamento degli equilibri del sistema sociale con cui si misura non solo il PD, ma tutta la nostra classe politica.

Se ci fosse un po’ di cultura storica, si vedrebbe subito che il modo di porre la questione è bizzarro, fatto per lo più da gente che, nelle direzioni di partito come sugli organi di stampa, ha un’idea piuttosto confusa della materia del contendere. Eppure ci sarebbe da imparare a mettere a fuoco l’argomento. Vediamo qualche punto.

Cominciamo col “partito pigliatutto” (catch all party nella formulazione originale), tradotto, ci sembra da Fassina, col peggiorativo “acchiappatutto”. Si è scritto che è la formula del partito americano. In realtà è una definizione resa corrente dal politologo Otto Kirchheimer a metà anni Cinquanta del secolo scorso per spiegare perché in Germania la CDU di Adenauer vinceva a man bassa e la SPD restava al palo. Spiegava Kirchheimer, che era riparato negli USA durante il nazismo, che i socialdemocratici volevano restare un partito di classe e dunque erano chiusi in un recinto, fra il resto obsoleto, mentre la CDU si allargava a comprendere tutti gli strati sociali, consapevole che una società moderna non rispondeva più ai canoni della sociologia scolastica marxista.

L’SPD con qualche travaglio capì l’antifona e nel famoso congresso di Bad Godesberg del 1959 decise che non si sarebbe più definita “partito di classe”, ma “partito del popolo”. (Volskspartei). E di fatti poi riuscì, sia pure qualche anno dopo, a diventare partito di governo.

Veniamo all’altra assurda questione intorno al tema del “partito della nazione”. Abbiamo sentito una antropologa vaneggiare su una presunta risonanza col partito “nazionale” fascista rimbeccata da una deputata PD che le ricordava che il termine risaliva invece a Reichlin uomo indubitabilmente di sinistra. Sebbene il richiamo alla “nazione” come concetto unificante sia presente in molti contesti e la contrapposizione fra country party e court party risalga già all’Inghilterra fra Sette e Ottocento, si potrebbe dire che nel senso in cui viene impiegato oggi lo si può far risalire alla strategia con cui i conservatori britannici negli anni fra le due guerre mondiali espunsero per un po’ il montare dei laburisti come partiti alternativo, presentando sé stessi come  il one nation party (partito della nazione solidale nel suo insieme) contro il Labour che era sectional cioè rappresentante solo della classe operaia e della sua ricerca di salvaguardia dei suoi privilegi nella grande economica. Anche qui nel dopoguerra i laburisti impararono la lezione e nel 1945 vinsero contro Churchill con lo slogan “confrontiamoci col futuro”.

Ricordare a questo punto che in una democrazia di massa qualsiasi partito che voglia andare al governo, cioè vincere le elezioni, deve per forza puntare ad un elettorato trasversale è ricordare una banalità. Quale è dunque il problema italiano?

Semplicemente che il nostro sistema non è fondato su questo presupposto, che ha come corollario la mobilità delle scelte da parte degli elettori, ma su quello che, per ricordare il termine usato ai tempi della nostra Costituente, si definiva il “governo di direttorio”, cioè la coalizione di più partiti. Questa poteva avere, come fu per lungo tempo con la DC, un partito largamente dominante, ma non veramente egemone, non solo perché doveva fare i conti con il ricatto del sostegno degli alleati, ma perché questi potevano giocare ad aizzare le sue correnti interne, che a loro volta potevano contare su questi sostegni impropri per condizionare la leadership del loro partito.

In fondo è al mantenimento del vecchio sistema del governo di coalizione ciò a cui mirano i critici della novità, che non tanto Renzi in solitudine, ma i tempi nuovi stanno introducendo nella nostra politica. Quel sistema di coalizione tutelava la struttura per tribù, cordate, feudi che non è tipica solo della politica, ma di tutto il sistema sociale italiano e in particolare anche, vogliamo ammetterlo, del suo universo intellettuale. Se non ci saranno più molte “corti” presso cui esercitare i propri servigi, se cesserà la lotta delle diverse ortodossie quasi ecclesiastiche, i tempi diventeranno difficili per quelli che una volta vennero definiti “intellettuali funzionari”. Con la crisi delle agenzie che li impiegavano molti di questi son divenuti nel frattempo, per mantenere la metafora sui tempi delle corti, “intellettuali di ventura”, organizzati in proprio per mettersi sul mercato del servizio alla forza che di volta in volta sembra emergere o che offre opportunità di impiego più interessanti.

L’impressione nostra è che il tempo dei governi di coalizione sia passato, proprio per la semplice ragione, che Renzi ha sintetizzato nella battuta della fine del voto garantito, del venir meno delle stratificazioni sub-culturali che hanno fatto la nostra storia. Oggi, tanto per restare sul classico, parlare di contrapposizioni fra cattolici, laici e socialisti sa di archeologia politica.

Certo per raccogliere un consenso trasversale serve la capacità di creare un aggregante comunitario che non può più essere né il riferimento ad un vago “sentire cattolico” comune ai più come era tempi della vecchia DC, né la mitologia dei “lavoratori del braccio e della mente” del vecchio PCI. C’è il pericolo che questo diventare il “noi” del populismo post-nazionalista contro il “loro” degli invasori più o meno alieni, ma speriamo proprio ci sia risparmiato.

Meglio lavorare ad inventarci qualcosa di nuovo e di maggiormente solidale.