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“Stop Invasione”: la cattiva coscienza della Lega di Salvini

Giovanni Bernardini - 23.10.2014
Matteo Salvini

“Dottore, ma lei mi ha lasciato una garza nello stomaco!” “Esatto: un tipico caso di malasanità”. Il fulminante scambio di battute del vignettista Altan delinea efficacemente quell’assurdo processo mentale collettivo per cui, una volta conferiti un nome e dei caratteri identificabili a un fenomeno sociale, quest’ultimo tende a diventare familiare e a essere accettato indipendentemente dalla sua gravità. Avviene così che persino calamità di chiara origine umana finiscano per sembrare “naturali” e inevitabili, e che una sana repulsione ceda il passo alla cupa rassegnazione. Tale ad esempio è la passività con cui i media e la politica accettano l’affermazione in Europa di una retorica pubblica violentemente xenofoba come un “male di stagione”. Con questo spirito è stata accolta e raccontata la manifestazione tenuta sabato scorso a Milano dalla Lega e dai neri figuri (quando si dice l’ironia) di cui ultimamente il suo segretario Salvini ama circondarsi. Sebbene i partecipanti siano rimasti ben al disotto dei centomila previsti alla vigilia, il risultato non basta a cancellare l’impressione di una gigantesca e orwelliana “ora d’odio”, durante la quale le tante contraddittorie anime del corteo hanno liberato una cacofonia vuota e rabbiosa di proteste e insulti senza un barlume di proposta politica praticabile. “Prima gli italiani” accanto a “L’Italia fa schifo: secessione”; gigantografie di Putin innalzate a fianco ai supporter della “rivoluzione nazionale” ucraina; giovani celti padani e reduci della disciolta (nel 1976) Avanguardia Nazionale; e soprattutto minacce e offese esplicite a esponenti governativi sotto un eloquente (quanto intermittente) monito al “rispetto della legalità”.

Sembra ancora così piena d’irrequietezza adolescenziale, la Lega vista a Milano. Quasi si stenta a ricordare che calca la scena politica già da più di un ventennio, passato per metà tra gli scranni di maggioranze e governi, quando la Roma dei palazzi sembrava un po’ meno ladrona. Calata dal Nord per inferire il colpo di grazia alla Prima Repubblica, la Lega ne costituisce oggi l’ultimo fossile vivente e, ironia della sorte, l’erede di molti suoi vizi. Di lotta e di governo senza soluzione di continuità, presenzialista e poltronista ma pronta a denunciare il compromesso politico ogni volta che ne sia esclusa, essa ha rivelato negli anni un innato equilibrismo tra l’attenzione maniacale agli aspetti formali del potere e una propaganda oltranzista che ogni volta sposta in avanti i confini del dicibile. Fino al punto che, se in altri paesi la minaccia di distribuire le armi per la secessione avrebbe provocato almeno serie conseguenze legali, la Lega di Bossi ne ricavò un rafforzamento del consenso e del peso negoziale in seno alla coalizione, fino alla gestione del dicastero del ministero degli interni (quello della polizia, per intenderci). Con due punti fermi nell’orizzonte programmatico: portare a Roma le istanze della “questione settentrionale” e fermare “l’invasione” di stranieri e clandestini. Sennonché, a ben guardare, il bilancio è talmente avaro di successi da spingere il giovane segretario attuale a nasconderlo sotto il tappeto delle invettive. Quel modello economico e sociale del nord da cui la Lega traeva alimento, un tessuto disordinato e inefficiente di piccole aziende a carattere familiare, sta scomparendo sotto i colpi della crisi e del mutamento strutturale dell’economia mondiale. Chi ammoniva per tempo che le dimensioni sarebbero tornate a contare e che era bene prepararsi per tempo, veniva bollato come centralista e nemico del nord. Oggi che quelle facili profezie si sono purtroppo avverate, le invettive contro i “cinesi taroccatori” e l’Euro sembrano latrati alla luna volti soltanto a mascherare l’eclissi dal discorso leghista del cavallo di battaglia del federalismo e del “piccolo è bello”.

Rimane dunque “l’invasione”, l’orda indistinta di immigrati, rifugiati clandestini da arginare a ogni costo. Peccato che la principale legislazione italiana in materia sia ancora e sempre frutto del lavoro leghista: la famigerata “Bossi-Fini” che in ragione della sua esemplarità e del suo furore ideologico applicato a questioni sensibili e complesse come la definizione della clandestinità, le procedure d’ingresso, di soggiorno ed eventualmente di espulsione o di respingimento, ha determinato l’attuale condizione diffusa di incertezza e illegalità (nel senso di impossibilità di rispettare la legge stessa). Come a dire: invece di tirare fuori la cassetta degli attrezzi per intervenire con accuratezza, si è deciso di prendere a calci la macchina con la pretesa di farla funzionare meglio. Che oggi l’Europa neghi aiuto all’Italia nel gestire la situazione può certo indispettire, ma va letto anche nell’ottica delle ripetute critiche di quella legislazione da parte di Bruxelles, e del netto rifiuto di prenderne atto da parte delle autorità italiane. Il risultato è che la responsabilità della situazione attuale ricade soprattutto sulla testa di chi sabato a Milano guidava il corteo della protesta, soffiando sulla paura del diverso e indirizzando il malcontento per l’attuale crisi politica e sociale verso un unico capro espiatorio: le equivalenze tra immigrati e clandestini, delinquenti e (ultima arrivata) portatori di Ebola faranno guadagnare consensi a fronte delle pavide risposte di chi oggi governa il paese e avrebbe il dovere di replicare pubblicamente con forza sulla base di argomenti politici, giuridici e di buon senso. Ma certamente non contribuiranno in alcun modo a migliorare il clima di un paese che al contrario dovrebbe uscire, e al più presto, dalla percezione di un assedio permanente.

Non c’è dunque alcun bisogno di invocare argomenti morali per rivolgere un consiglio a chi, in totale buona fede, sta prestando l’orecchio alla propaganda incendiaria di Matteo Salvini e Mario Borghezio intenti ad agganciare il treno dell’estrema destra europea. Basterebbe ricordare, dati alla mano, che l’esperienza degli ultimi venti anni mostra come l’innalzamento dei toni leghisti corrisponde sempre a un uguale e contrario abbassamento del livello dei contenuti, oltre che a un bilancio fallimentare dell’azione politica. E che in definitiva, all’interno di questa sgangherata Seconda Repubblica di cui molti iniziano a proclamare la fine, la Lega non ha mai portato un contributo significativo al miglioramento della convivenza civile. Semmai ne ha aggravato i problemi.