Ultimo Aggiornamento:
16 dicembre 2017
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Theresa May o Boris Johnson?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 11.10.2017
Theresa May e Boris Johnson

Il recente discorso di Theresa May alla conferenza del partito conservatore, definito dai media “catastrofico”, “disastroso”, “un incubo”, non sembra poter essere, di per sé, la ragione sufficiente di una caduta precipitosa dalla leadership del partito. A parte la tosse e alcuni piccoli incidenti che hanno costellato lo sfortunato discorso, la retorica della prima ministra appare in tutto simile a quella dei precedenti discorsi, che pure hanno strappato applausi entusiastici dal partito e solenni elogi dalla stampa, soprattutto quella favorevole al “leave”, in testa il “Daily Telegraph”: le stesse reiterate affermazioni di poter garantire la necessaria “strong and stable leadership”, sostanzialmente auto-elogiative, pronunciate con la stessa enfasi, le stesse promesse di poter realizzare il grande successo della “brexit”, di portare il Regno Unito a una “nuova era” di felicità e di grandezza, di voler creare una società “che funziona per tutti” e specie per gli “ordinary working people”, senza mai spiegare con quali strumenti questi risultati verrebbero assicurati. In realtà la reazione di alcuni colleghi di partito e –sembra – di gabinetto, secondo i quali sarebbe giunto il tempo per Theresa May di mettersi da parte, appare già maturata da tempo, almeno dall’esito deludente della “snap election”, e il discorso sembra essere null’altro che il pretesto per venire allo scoperto.

Per quanto riguarda la stessa interessata, il momento non potrebbe essere peggiore: un’uscita di scena all’indomani dell’insuccesso elettorale sarebbe stata conforme alla prassi e dignitosa; mentre oggi rappresenterebbe una resa dovuta all’insuccesso di tutta una politica priva di contenuti. È sufficiente rileggere il manifesto elettorale, secondo il quale sotto la sua leadership il governo avrebbe operato “non per il beneficio di pochi privilegiati, ma nell’interesse delle normali famiglie di lavoratori” e domandarsi quali concreti atti di governo sarebbero stati compiuti in tale direzione, per valutare l’operato della May quale prima ministra. Ad aleggiare dietro di lei, più che l’ombra di Margaret Thatcher sembra esserci il fantasma di Sir Anthony Eden, costretto a dimettersi dopo la débacle di politica estera della crisi di Suez.

Il punto, ovviamente, rimarrebbe quello di individuare il successore. L’ovvio candidato, da più parti evocato, Boris Johnson, può citare al suo attivo una maggiore coerenza – essendosi professato “leaver” durante la campagna referendaria, diversamente dalla May che è passata da “remainer” durante la campagna, al fianco di Cameron,  a convintissima “leaver” dopo il risultato. Più brillante, colto, vivace nei discorsi, l’ex major di Londra predilige una retorica meno auto esaltante e senza dubbio più efficace; ma, al tempo stesso, non presenta l’immagine di efficienza e determinazione che è sempre stata la qualità specifica della May. Quanto ai contenuti, la maggiore coerenza non si sposa con un programma ben delineato e chiaro, specie riguardo al difficile negoziato in corso con la UE. Di maggiore contenuto appare invece il discorso pronunciato, anche in questa occasione, dal cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, incentrato su una difesa dell’economia di mercato e su una serrata disamina delle conseguenze del programma riformista del suo omologo all’opposizione, lo shadow Chancellor John McDonnell, anche alla luce di una ricostruzione impietosa dell’opera dei precedenti governi laburisti. Tuttavia sembra mancare a Hammond il carisma e la decisione, prerogative indispensabili per contendere la leadership all’attuale inquilina del numero 10 di Downing Street.

In definitiva, il vero problema del partito conservatore sembra oggi essere, più che raccogliere consensi nell’elettorato, individuare un vero leader, in grado di guidare il partito e – soprattutto – il paese nel difficile fase dell’uscita dall’Unione Europea.

 

 

 

 

Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma