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Tatticismi in tempo di crisi

Paolo Pombeni - 16.04.2015
Matteo Renzi e Matteo Salvini

Quando andavano di moda le citazioni classiche, per criticare il perder tempo della politica di fronte all’incalzare dei problemi si usava ripetere il detto preso dalle storie di Tito Livio: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (mentre a Roma si discute, Sagunto viene conquistata). Si riferiva alle incertezze del Senato romano di fronte alle richieste di aiuto  degli ambasciatori della città iberica posta sotto assedio dal generale cartaginese Annibale Barca. Forse qualcosa di simile dovremmo ripeterlo di fronte alla telenovela del dibattito sull’Italicum.

Non vedere oggi che il nostro paese ha davanti a sé problemi enormi e che questo necessita di un governo pienamente legittimato ed attivamente impegnato a risolverli è veramente miope. Soprattutto perché il populismo più becero è in agguato e in un clima elettorale che è contemporaneamente surriscaldato dagli estremismi e svuotato dall’astensionismo tendenziale di una larga fetta della popolazione il fenomeno è molto pericoloso.

Quel che sta succedendo sul fronte dell’immigrazione non è un fatto da sottovalutare. Ovviamente le soluzioni alla Salvini sono boutade da avanspettacolo, solo che ci si fermasse un attimo a ragionarci sopra. Come si fa a salvare la gente in mare senza poi farli sbarcare? Li si tiene su navi alloggio al largo non si sa per quanto? Si fabbricano isole artificiali galleggianti fuori dalle nostre acque territoriali per alloggiarci i profughi? (il tutto con costi che il proponente si guarda bene dal prendere in considerazione).

Una politica verso un fenomeno imponente come le migrazioni di massa dalle zone distrutte da guerre e povertà va trovata e va trovata a livello europeo, perché nessun paese da solo è in grado di fronteggiare un esodo biblico. Siccome ottenere dall’Europa una seria presa in carico del problema non è operazione facile, perché gli egoismi nazionali sono forti e di questi tempi tendono a rafforzarsi ulteriormente, è assolutamente necessario che l’Italia possa presentarsi come un soggetto dotato di grande autorevolezza nelle trattative che vanno rapidamente messe in campo.

I nostri problemi peraltro non si fermano affatto qui. La situazione tutt’altro che rosea nella gestione della cosa pubblica è un altro fenomeno che va posto sotto stretta osservazione. Quello che passa sotto la generica formula di “corruzione” è un universo composito fatto di malaffare, ma anche di pasticci normativi, di domanda di soluzioni rapide e semplici per problemi complicati, di perenne debolezza dell’etica pubblica di una parte non marginale dei ceti dirigenti.

Il riesplodere degli scandali non è una componente occasionale in un passaggio critico come quello che stiamo vivendo. Non sarà sufficiente far ruzzolare, metaforicamente per fortuna, qualche testa, né trasformare in eroe pubblico qualche figura per se non risolvere almeno avviare a contenimento un fenomeno che anch’esso fornisce esca al populismo.

Passiamo poi al tema, troppo sottovalutato, dell’efficienza “normale” della attività di governo. Qui diamo un semplice esempio: la situazione dell’università. Non si tratta esattamente di un comparto marginale del nostro sistema-paese (i nostri concorrenti ci investono alla grande), ma in questo momento è inchiodato da una vischiosità burocratica (secondo alcuni da una inefficienza del ministro in carica) che è davvero preoccupante.

Non che in questo caso ci sia necessità di grandi investimenti, di chissà quali interventi: stiamo parlando solo di normali scadenze che non vengono onorate. Si sarebbe dovuta avviare già da qualche mese la procedura di valutazione del sistema della ricerca: l’ente preposto, l’ANVUR, ha già fatto ciò che doveva, ma mancano gli atti amministrativi che facciano partire il procedimento. Si dovrebbe obbedire al dettato di legge che prescrive che ogni anno ci siano le tornate di valutazioni per le abilitazioni nazionali alla prima e alla seconda fascia docente. Non si sa quando si ottempererà alla legge in attesa di una messa a punto di alcune criticità che in verità potrebbero essere risolte con un paio di giorni di lavoro. Nel frattempo il sistema è sotto pressione per una marea di abilitazioni già ottenute di cui non si sa che fare, se non per una percentuale piccola, senza contare il blocco che rischiano di creare per le generazioni più giovani.

Naturalmente esempi simili in altri comparti non sono difficili da trovare e si sommano a questioni più complesse come le riforme della giustizia tanto per citare un altro tema delicato.

In una contingenza di questo tipo tenere il paese bloccato per le zuffe intestine di una classe politica che sembra preoccupata solo delle modalità con cui si entra o si esce dai palazzi parlamentari non sembra una prova di grande maturità. Sono comportamenti che, siamo franchi, spingono alla fine nelle opposte direzioni che già vediamo prevalenti: il tuffo nel sogno populista del grande ribaltone o la fuga nell’astensionismo perché tanto non si riuscirà mai a cambiare nulla.