Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Svolta o evoluzione? Le posizioni del Vaticano sulla guerra

Maurizio Cau - 04.10.2014
Cardinale Parolin e Papa Francesco

Il recente intervento del segretario di Stato vaticano all’ONU non è passato inosservato. Prendendo la parola davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il cardinal Parolin ha puntato il dito contro le responsabilità di una comunità internazionale incapace di fronteggiare con forza e coesione i conflitti che stanno infiammando Siria, Iraq e Ucraina: “E’ deludente – ha ammonito Parolin - che fino ad ora la comunità internazionale si sia caratterizzata per le sue voci contraddittorie se non per il silenzio. E’ fondamentale che ci sia una unità di azione per il bene comune, evitando il fuoco incrociato di  veti”. La rapida ascesa dell’ISIS e la minaccia di una guerra civile su larga scala alimentata da un terrorismo religioso in via di trasformazione hanno messo in evidenza lo stallo della comunità politica internazionale, a cui il Vaticano chiede di fornire “una risposta unitaria, basata su solidi criteri giuridici e su una volontà collettiva di cooperare per il bene comune”.

 

Dalla preghiera all’intervento armato


Se confrontata con gli interventi e le azioni che papa Bergoglio ha promosso al principio del suo pontificato, e che miravano a rilanciare il dialogo e la preghiera come strumenti validi ad evitare la guerra, si tratta di un’evoluzione di non poco momento. Le posizioni della Santa Sede in ordine alle complesse vicende internazionali hanno di recente subito un profondo mutamento, come suggerivano in agosto le dichiarazioni rilasciate da papa Francesco al ritorno dal viaggio in Corea del Sud: «È lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non bombardare, fare la guerra, ma fermarlo».

In molti si sono interrogati sui contorni della linea politica pontificia, che recuperando in parte l’idea di “ingerenza umanitaria” eredità del pontificato di Wojtyla - il quale in occasione della guerra jugoslava aveva difeso la necessità di “ingerenza” da parte dell’Onu nei conflitti che compromettono la sopravvivenza di popoli e gruppi etnici – mettono in evidenza le linee evolutive del magistero ecclesiastico sulla “guerra giusta”, non più riconducibile alla sola “guerra di difesa”.

Il rapido precipitare degli eventi sui differenti fronti di guerra sembra aver innescato un cambiamento nel modo di intendere e giustificare il ricorso alle armi. Non si tratta però di abbandonare la prospettiva spirituale, portata ad affrontare le conseguenze dei conflitti attraverso il raccoglimento in preghiera, in nome di un approccio realista pronto a legittimare ogni forma di intervento riconducibile entro la cornice della reazione difensiva all’aggressione. In gioco, infatti, c’è l’individuazione di una linea politica autonoma rispetto a quella promossa unilateralmente dalle principali potenze. Vediamone alcuni aspetti.

 

Moralizzare (giuridicizzandola) la guerra


Da un lato c’è la messa in discussione del sottilissimo crinale che separa la guerra di difesa da quella di conquista, come hanno mostrato negli ultimi decenni molti dei conflitti mediorientali. Dall’altro c’è il tentativo di riportare il processo politico che conduce al possibile intervento bellico entro il contesto giuridicamente più opportuno, che per Bergoglio e Parolin non può che essere quello delle Nazioni Unite, sottraendolo quindi alla libera disponibilità delle principali potenze internazionali e giuridicizzandone il percorso. Da ultimo, le stesse forme dell’aggressione vanno ricondotte entro contorni giuridicamente ben determinati. Non potendola in tutto e per tutto evitare, la guerra va in altre parole “moralizzata”, sembra voler sostenere il Vaticano.

Non mancano, naturalmente, le ambiguità. Da un lato le aperture nei riguardi dell’opportunità dell’intervento internazionale a difesa delle popolazioni minacciate dall’ISIS non arriva a legittimare i bombardamenti, dando centralità alla stessa azione politico-diplomatica di cui si svelano le debolezze, dall’altro si chiede un deciso intervento in difesa dei cristiani minacciati dallo jihadismo rifiutando però con accurata risolutezza la tesi dello scontro di civiltà, che non farebbe che acutizzare lo scontro rendendone ancor più incerti e insidiosi i confini.

C’è chi ha parlato di “svolta radicale nella teologia politica della Chiesa” e di un chiaro superamento del magistero della “guerra giusta” in nome di un chiaro realismo politico. Lo scenario attuale non induce a pensare che le dichiarazioni rilasciate dal Vaticano nelle ultime settimane rappresentino davvero una rottura epocale col passato; l’ammonimento di fronte all’immobilismo del panorama politico internazionale - rotto solo dall’attivismo di singole forze nazionali – e il radicale ancoraggio al diritto internazionale come strumento unico e privilegiato per regolare i conflitti tra stati e forze del terrore conferma però la progressiva evoluzione di una posizione, quella dell’attuale pontificato, che alla dimensione pastorale va affiancando un’azione politica sempre più definita.