Ultimo Aggiornamento:
29 novembre 2023
Iscriviti al nostro Feed RSS

Sénat 2014: se Marine si invita al Palais …

Michele Marchi - 04.10.2014
Marine Le Pen

Nel settembre del 2011 la storica conquista della maggioranza al Senato da parte del PS era stata l’ultimo segnale di una costante progressione socialista nel Paese e nelle sue istituzioni, culminata con l’elezione di Hollande all’Eliseo del maggio successivo. Con l’arrivo di Jean-Pierre Bel allo scranno più alto del Palais du Luxembourg, i socialisti, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, guidavano il Senato. Tre anni di tempo, il rinnovo della metà dei senatori e il centro-destra (UMP e UDI) torna in sella, con 34 senatori di distacco ed elegge l’UMP Gérard Larcher alla testa della Camera Alta. La rincorsa della destra repubblicana all’Eliseo è dunque cominciata? La strada è ancora lunga, ma questo voto di fine settembre racchiude una molteplicità di significati politici, che vanno al di là della sola riconquista UMP della maggioranza al Palais du Luxembourg.

Prima di tutto bisogna ricordare le caratteristiche peculiari del Senato francese, a partire dal fatto che i suoi membri sono eletti a suffragio universale indiretto. A scegliere ogni tre anni la metà dei componenti della Camera alta sono poco meno di novantamila grandi elettori, per la stragrande maggioranza delegati dei consigli municipali. Per questo motivo il Senato della Quinta Repubblica rimane, come amava definirlo Léon Gambetta, “il grande consiglio dei comuni di Francia”. Nel corso della III Repubblica il Senato è nato con l’obiettivo di depotenziare il carattere “rivoluzionario” ed “eversivo” della Camera bassa, eletta a suffragio universale diretto. Al Palais du Luxembourg dovevano trovare espressione le esigenze della Francia rurale, spesso monarchica, ma comunque nazional-conservatrice.  Se la IV Repubblica ha nutrito l’utopia del monocameralismo (con un Conseil de la République al posto del Senato, organo depotenziato di tutte le prerogative), de Gaulle ha re-inserito un Senato simile a quello delle origini, con funzioni di rappresentanza della cosiddetta Francia profonda all’interno di un sistema a parlamentarismo razionalizzato, nel quale solo la Camera bassa vota la fiducia al governo. Per circa un quarantennio (in particolare sotto le presidenze di Gaston Monnerville e Alain Poher) il Senato si è soprattutto caratterizzato come una sorta di contropotere istituzionale (rispetto in particolare al Presidente della Repubblica), senza però una politicizzazione interna eccessiva. Dalla fine degli anni Novanta la polarizzazione e la bipolarizzazione del sistema quinto repubblicano  sono aumentati e anche il Senato ne ha risentito, con il punto massimo nel 2011, al momento della “conquista” socialista.

Se questa è, in breve, l’evoluzione storico-politica del Senato, il primo segnale importante del voto di fine settembre 2014 è l’ennesima sconfitta del PS e di Hollande. Dopo le batoste delle municipali e delle europee, un calo era atteso, ma non di queste proporzioni. Non solo il PS si avvia a chiudere il 2014 con tre debacle elettorali, ma mostra di aver perso contatto con il territorio. Già le municipali di marzo lo avevano mostrato, l’elezione indiretta di domenica scorsa lo ha confermato. Infine all’orizzonte non si prospetta nulla di buono per il PS, dal momento che si voterà per dipartimentali e regionali nel 2015. Insomma anche il cosiddetto “socialismo municipale” sembra arrancare su tutta la linea.

Il secondo elemento da sottolineare è l’ottimo risultato dell’UMP, conferma dell’exploit alle municipali di marzo. Un membro dell’UMP torna a guidare la Camera Alta e il partito sembra essere nuovamente in sintonia con la cosiddetta France d’en bas. Non dimentichiamo che controllare il Senato per il centro-destra significa poter bloccare qualsiasi provvedimento di natura costituzionale e di conseguenza negoziare con il Presidente da una posizione di forza.  Bisognerà vedere, a questo punto, se l’UMP, in fase di riconciliazione con la France d’en bas, saprà dotarsi, nei suoi vertici nazionali, di una leadership univoca e lontana dalle liti e dagli affaires che lo hanno caratterizzato nell’ultimo biennio.

Ma vi è un terzo elemento, forse quello più determinante. Ancora una volta è necessario parlare di Front National. Per la prima volta dalla sua fondazione nel 1972, il partito di Marine Le Pen elegge due senatori. Da un punto di vista delle dinamiche interne al Senato, l’elezione di Stéphane Ravier e David Rachline (peraltro di soli 26 anni, sarà il senatore più giovane) non ha gran peso. È però il significato simbolico ad essere importante. I buoni risultati ottenuti alle municipali di marzo sono stati il viatico per affrontare con un certo ottimismo, da parte del FN, il suffragio indiretto per la Camera Alta. Il punto dirompente è però un altro. Se il FN poteva contare su circa un migliaio di grandi elettori quasi certi, in realtà la cifra effettiva si è quasi quadruplicata. Quasi quattro mila grandi elettori hanno scelto candidati FN. E questo comporta un ulteriore passo avanti sulla strada della “normalizzazione” e “banalizzazione” del FN.  Il messaggio è chiaro: si può votare FN anche senza essere FN. La lenta ma costante uscita dal “ghetto” dell’impresentabilità prosegue.

Tali risultati sono ancora più importanti se si analizzano le aree del Paese che hanno, in particolare, visto questo voto di grandi elettori non ufficialmente FN. Oltre alle conferme nelle storiche zone di forza del sud-est e del nord est, sono comparse nuove aree attratte dal voto FN. Un caso particolare è quello della Normandia e del dipartimento dell’Ille-et-Vilaine, nella confinante Bretagna. Se si prende il dipartimento del Calvados (Normandia) di fronte a 4 grandi elettori certi, i voti per il FN sono stati 90. Nel citato Ille-et-Vilaine (Bretagna) la proporzione è stata 2 a 81. Ci troviamo in aree nelle quali, sino ad oggi, la penetrazione FN era parsa bloccata da una profonda tradizione cattolica e da una solida tradizione sindacale soprattutto CFDT, in particolare nelle aree popolari e operaie. Il FN, seppur non molto strutturato in questi dipartimenti, ha potuto sfruttare il suo discorso anti-liberale e anti-europeo come antidoto per una possibile uscita dalla crisi. Ha cioè dato voce ad una Francia spesso rurale e periurbana che si sente abbandonata dalla politica parigina, che si vede impoverita e destinata a peggiorare la propria condizione economico e di conseguenza la propria posizione sociale. Anche il cosiddetto Grand Ouest, insomma, pare non essere più immune, o quasi, dal voto FN.

Marine Le Pen ha confermato, anche nelle storicamente complicate elezioni senatoriali, che oramai la sua immagine di portavoce della cosiddetta France d’en bas e di portatrice di una politica che privilegia la prossimità si sta consolidando ogni giorno di più. Nel 2014 Marine Le Pen ha trionfato nelle competizioni elettorali tradizionalmente favorevoli, come le elezioni europee, ma si è anche accreditata laddove il movimento era sempre stato maltrattato, municipali e senatoriali. Le elezioni dipartimentali e regionali del 2015 potrebbero davvero confermare una dinamica che aprirebbe ad un’ipotesi sempre più concreta di presenza di Marine Le Pen al secondo turno presidenziale nel 2017. Se questo sarà lo scenario non si potrà certo, come nel 2002, gridare alla sorpresa.