Ultimo Aggiornamento:
30 maggio 2020
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Sovranità popolare e dintorni

Carlo Marsonet * - 04.04.2020
Weale - Il mito della volontà popolare

«L’ideologismo abitua a non pensare, è l’oppio della mente; ma è anche una macchina di guerra attesa ad aggredire e silenziare il pensiero altrui», scriveva Giovanni Sartori in Democrazia. Cosa è. Ciò vale in ambito politico forse più che mai. Se consideriamo, poi, come alcune ideologie si costituiscano proprio come visioni a tutto tondo, paradigmi onnicomprensivi che non lasciano margini per fuoriuscirvi, il gioco è fatto. Entriamo così appieno in una interpretazione del mondo che ben poco ha a che fare con quella che, più o meno, è la cornice in cui in Occidente rientriamo tutti: quella della società aperta.

C’è da chiedersi, dunque, come essa sia conciliabile con il concetto di “sovranità popolare” e, diciamo pure, di democrazia in cui l’espressione sopramenzionata assume una tinta carica, in termini cromatici, e un suono assordante, in chiave acustica. Infatti, se adottiamo l’etichetta, “sovranità popolare”, in un’ottica profondamente ideologica, tale per cui essa diventa la manifestazione di una volontà generale impregnata di eticità e senso di superiore giustizia, corriamo l’alea di deragliare dai binari della democrazia liberale. Sull’argomento è venuto Albert Weale, politologo presso l’UCL, con un volume da poco tradotto per i tipi della Luiss University Press: Il mito della volontà popolare (2020, pp. 123, euro 14,50; con prefazione di Richard Bellamy e un saggio conclusivo di Valentina Gentile).

Sin da subito l’Autore pone in chiaro la questione: «La volontà del popolo non esiste, proprio come non esistono gli unicorni, i cavalli alati o i continenti perduti come Atlantide. Chi pensa che accettare la volontà del popolo sia una parte essenziale delle istituzioni democratiche è soggiogato da un mito. Peggio ancora – prosegue Weale – l’espressione “la volontà del popolo” fa parte di un più diffuso mito populista secondo il quale le politiche di governo possono essere decise dal popolo in modo diretto, perché il popolo esercita una forma di potere collettivo». Ora, è indubbio che, muovendo da una prospettiva individualistica – si ricordi, ad esempio, Ludwig von Mises: «solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo esiste» – non può che essere così. Risulta quantomeno difficile pensare che, in una società altamente differenziata ed eterogenea, si possa costituire un organismo graniticamente coeso e avente le stesse identiche idee, opinioni, valori. Ricadremmo, infatti, in un panorama da società chiusa, profondamente anti-individualistico e anti-pluralistico. Inoltre, come nota Weale, la stessa Atene, considerata da molti come il primo esempio di democrazia diretta, escludeva non solo gli schiavi e i meteci (i lavoratori stranieri residenti nella città), ma anche le donne dalla partecipazione politica. Senza contare, logicamente, la limitata capienza dell’assemblea in cui riunirsi. Ai limiti spaziali non si comanda proprio, questo è pacifico.

Ma il punto fondamentale è un altro, come si accennava. Con una buona dose di approssimazione, la democrazia liberale può essere considerata la manifestazione sul terreno politico della società aperta. Essa, allora, presuppone quell’ineludibile scontro fra concezioni del mondo e valori che, in modo tanto lineare quanto incisivo, Max Weber espresse nella conferenza del 1917 La scienza come professione. Non ci si può infatti arrogare la presunzione di concepire “scientificamente” una superiorità etica o morale di una qualsiasi prospettiva, giacché «essa è priva di senso in linea di principio per il fatto che i diversi ordini di valori di valori che esistono al mondo stanno tra loro in una lotta inconciliabili». Se, quindi, «partendo dalla pura esperienza si perviene al politeismo», non può esistere alcun tipo di idea che si ponga su un piano superiore rispetto a un altro. Certo, si può discutere se sia più importante per noi il valore dell’eguaglianza o quello della libertà; ma ciò pertiene, per l’appunto, a uno scontro-incontro tra posizioni avverse che non può negare quel naturale arbitro di un regime costituzional-pluralistico, ovvero il senso del compromesso. Ciò non equivale a dire che ciascuno debba abdicare alle proprie idee, ma, semplicemente, che non possa imporle agli altri. Di più, si può persino scoprire che la visione altrui magari possiede dei punti di interesse, costringendoci ad andare più a fondo nella nostra argomentazione o rivedere alcune idee. Evidentemente, tutto ciò richiede una certa educazione non solo politica, ma anche e soprattutto pre-politica.

In ogni caso, riconoscere il carattere dirimente del pluralismo in una società aperta è tutto. Ciò vale non solo per i populisti, piuttosto ostili a prospettive altre, ma anche per alcuni sostenitori del pluralismo che, a conti fatti, hanno ben poco a vedere con la società aperta, filtrando aprioristicamente e su basi moralistiche – proprio come molti populisti, curiosamente – chi è degno di prendere parte alla discussione e chi no. Nella critica al populismo operata da Weale, forse, manca proprio questo aspetto: la critica a una classe politica “tradizionale” che ha più di qualche responsabilità nell’emersione del fenomeno, non solo per il tradimento del paradigma pluralistico, ma anche per aver venduto irresponsabilmente illusioni e miraggi in termini di policies che hanno comportato l’insoddisfazione crescente incanalatasi verso i partiti anti-establishment.

 

 

 

 

* Dottorando in Scienze politiche presso la Luiss Guido Carli di Roma.