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16 ottobre 2019
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Sereno variabile. Renzi e i venti caldi d’autunno sul PD

Maurizio Cau - 26.08.2014
PD

Sarà pure che, come si usa dire, non ci sono più le mezze stagioni, ma gli autunni - almeno nelle agende politiche - continuano ad essere caldi. Non c’è infatti estate in cui non ci si appresti a celebrare l’arrivo minaccioso di torridi autunni pronti a infuocare la vita politica nazionale.

Sembrerebbe, stando ai pareri degli analisti politici e dei titolisti dei quotidiani, che la coda di questa bizzarra estate confermerà le attese, e che per il governo si stia per aprire una stagione complessa e delicata. Al rientro dalle vacanze Renzi dovrà affrontare un calendario politico insidioso, a partire dal varo delle preannunciate riforme (scuola, sblocca-Italia, giustizia), cui si aggiungeranno lo scoglio del consiglio europeo del 30 agosto e la definizione di una linea politica chiara in rapporto agli scenari di guerra internazionali.

Per il premier si preannuncia una fine estate calda non solo sul fronte istituzionale, ma anche sul fronte interno del partito di cui continua a essere segretario. La ridefinizione del modello di governance intorno a una «segreteria unitaria» e la nomina dei membri rimasti vacanti dopo l’arruolamento di una sua parte tra le fila del governo sono solo una parte delle partite, che si allargheranno ulteriormente in vista delle elezioni in programma tra la fine dell’anno e la primavera del 2015 in alcune importanti regioni. Si vedrà, così, se il partito ha trovato davvero l’unità che cerca o se prevarranno, com’è avvenuto in questi anni, le faide interne, le lotte tra fazioni, le frizioni tra le diverse anime che continuano a segnare, pur in un contesto in apparenza fortunato, la vita del principale partito italiano.

Gli scenari non sembrano, da questo punto di vista, dei più rosei. Pur nella loro marginalità, gonfiata dalla calma piatta della politica agostana, due episodi degli ultimi giorni sembrano ricordarlo. Da un lato ci sono le affilate parole con cui Occhetto avverte Renzi circa i rischi nascosti dalla «fusione a caldo a base leaderistica» con cui al premier è riuscito in questi mesi di superare l’immobilismo del partito e il sostanziale fallimento di quella fusione a freddo degli apparati mai perseguita per davvero. Dall’altro ci sono i clamori più o meno sensati sollevati dalla proposta (minoritaria) di Fioroni di dedicare la festa del partito alla figura di De Gasperi.

Al netto del risentimento che alimenta le parole di Occhetto - palesemente ferito dalla marginalità in cui è stato relegato negli anni - i suoi avvertimenti svelano uno dei nodi irrisolti su cui il partito sembra rischiare di scivolare alla prima difficoltà, quello dell’esistenza di una maggioranza silente che sembra aver accettato (non certo di buon grado) la leadership carismatica del giovane premier, in attesa di rimettere in moto gli ingranaggi di un apparato pronto a recuperare tutta la centralità negatagli in questi mesi. La rotta del premier ha fin qui resistito a qualche scossone, ma ai primi (inevitabili) passi falsi - sembra dire l’ultimo segretario del PCI - l’apparente unità del partito si mostrerà per quello che è, l’illusione di una breve stagione politica in cui il carattere litigioso e frammentato di un partito con troppe anime finirà per prevalere.

 

Unità, sì. Ma quale?

 

Le polemiche legate alla possibile intitolazione a De Gasperi della Festa dell’Unità sembrano del resto confermare le difficoltà di convivenza - in qualche misura strutturali - delle varie anime del PD. La vicenda può essere letta su due piani. Essa conferma, da un lato, lo strano destino della memoria pubblica sedimentatasi con fortune alterne intorno allo statista trentino, il quale negli ultimi dieci anni è stato chiamato in causa e usato (tutt’altro che virtuosamente) per dare copertura ideale alle più disparate forze politiche. Da un punto di vista squisitamente storiografico si tratta naturalmente di operazioni spericolate che viene facile biasimare, ma l’aspetto più interessante (proprio come accade per molta parte delle opere letterarie e cinematografiche a sfondo storico) non riguarda tanto la pertinenza dei contenuti e la loro effettiva rispondenza alla realtà storica, quanto piuttosto l’uso (spesso fin troppo disinvolto) che della memoria pubblica viene fatto a scopi politici. Che l’uso della memoria degasperiana avvenga in forme strumentali è più che evidente e per sancirlo (e denunciarlo) non serve certo il giudizio degli storici; basta muoversi tra la base del PD, quella che la Festa dell’Unità la organizza allestendo tendoni e cucine da campo, per sentire giudizi netti circa la stringenza e la pertinenza storica della proposta («Fioroni può venire a lavare i piatti…» si mugugna tra i volontari bolognesi del PD).

E questo è l’altro lato della questione, che riguarda il senso politico di operazioni che, staccandole dalla cornice in cui la storia le aveva inscritte, recuperano vicende e figure del passato per fornire materiale buono per nuove narrazioni. Della storia, si sa, in politica si prende quel che torna utile. Anche ciò che un tempo apparteneva al bagaglio ideale dei propri avversari politici. E’ l’altra faccia del modello del «partito pigliatutti» teorizzato negli anni Sessanta da Otto Kirchheimer, quello che per garantire il massimo consenso elettorale allarga, spesso sfrangiandolo e diluendolo, il proprio tessuto ideologico.

Ci si chiede allora se il reintegro dell’Unità nel nome della festa del partito riuscirà a spingersi oltre l’operazione di facciata. Perché di unità, in un momento in cui i numeri del consenso sembrerebbero garantirla, in casa PD non si può certo parlare. E non solo per un orizzonte ideale parcellizzato in cui coesistono anime tra loro assai poco amalgamate, ma per l’esistenza di un correntismo davvero accentuato, che in questi mesi è andato in cerca di una complessa ridefinzione. Renziani, Bersaniani, Lettiani, Giovani Turchi, Cristiano-sociali, Bindiani, e ancora Democratici, Riformisti, Civatiani: nel PD sembrano esserci tante correnti quanti sono gli iscritti; e allora forse la somiglianza e la vicinanza che molti leggono (o desiderano) tra il Partito Democratico e la vecchia DC degasperiana sta anzitutto lì, in una vertiginosa frammentazione del partito, che non rende affatto scontata la percorribilità di quell’ossimorica «unità plurale» degli apparati su cui punta il nuovo corso della segreteria Renzi.