Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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Se il principio di sovranità popolare diventa un mito (pericoloso)

Carlo Marsonet * - 03.04.2019
Liberaldemocrazia

Non c’è giorno in cui nelle dichiarazioni di politici siano contenute apologie sperticate della sovranità popolare. D’altronde, si potrà pensare, la parola democrazia esprime proprio questo principio, ovvero che la sovranità appartiene al popolo, che è di pertinenza del soggetto politico che viene etichettato come popolo. Tralasciando quest’ultima parola, il cui concetto è di ben ardua e complessa decodificazione, giacché può essere inteso in molteplici sensi – dal popolo inteso come comunità politica a quello considerato in senso etnico oppure in chiave socioeconomica: come si vede, comunque, i confini di ogni definizione sono ben malleabili e si prestano agli utilizzi più plastici –, la questione che si vuol brevemente toccare risiede in quello che è ormai a tutti gli effetti lo zeitgeist della politica, lo spirito dei tempi che pervade il panorama politico più o meno ovunque: il mito della sovranità popolare.

Il nodo centrale è come si interpreta questa sovranità del popolo. Infatti, essa può essere declinata in diversi modi, ma non tutti sono compatibili con i nostri sistemi politici che sono – o si avvicinano ad essere? – liberaldemocrazie. Si tratta di capire, allora, quali siano i “beni” che una democrazia liberale deve tutelare e promuovere, nonché di stabilire se è più saliente la fonte di legittimazione del regime politico costituzional-pluralistico oppure la limitazione del potere politico medesimo.

Quando si parla di democrazia liberale si potrebbe utilizzare come sinonimo “democrazia dei moderni”, con ciò intendendo «una “società aperta”, nella quale il rapporto tra governanti e governati è inteso nel senso che lo Stato è al servizio dei cittadini e non i cittadini dello Stato, che il governo esiste per il popolo e non viceversa». Con questa definizione di Sartori è ben chiaro, dunque, il tipo di libertà esperita da un individuo moderno, ovvero una libertà intesa come assenza di impedimenti esterni, una libertà da. L’esistenza di una sfera intangibile di esclusiva proprietà del soggetto base della realtà, ovvero l’individuo, fa sì che la comunità politica si debba occupare esclusivamente della dimensione sovraindividuale, e in particolare della sicurezza di miriadi di sfere individuali che la vanno a comporre. Inoltre, risulta pure piuttosto complesso andare alla ricerca di un bene comune contenutisticamente pieno ed eticamente fondato. Infatti, una società aperta è tale se consente a ciascuno dei suoi componenti – irriducibili nella loro diversità – di ricercare la felicità in modo autonomo e libero. Al contrario, se una democrazia è vissuta come il regime politico in cui esiste il popolo, inteso in senso unanimistico ed organicistico, allora è evidente che ci spostiamo verso una società chiusa, in cui la libertà è vista come di naturale e necessaria competenza collettiva, come qualità di un soggetto esistente solo in grande.

Un altro rischio che corre una liberaldemocrazia è scambiare l’ordine di priorità attribuita alla fonte della legittimazione e alla limitazione del potere politico. Infatti, come ricorda Hayek, «non è la fonte ma la limitazione del potere che impedisce ad esso di essere arbitrario». Detta altrimenti, e sempre con le parole del poliedrico studioso liberale, «il problema di fondo non mi sembra che sia chi governa, ma cosa il governo è autorizzato a fare». Infatti, se la democrazia non vuol perire dal suo interno, degenerando in democrazia illimitata e svuotandosi di qualsiasi barlume di liberalità, il potere politico non può essere discrezionale ed incontrollato, bensì limitato nei suoi compiti e oggetto di contropoteri che ne imbrigliano il potenziale soverchiante e dispotico. D’altro canto, già Tocqueville lo aveva visto molto lucidamente, allorché scrisse che si sarebbe potuta esperire una «libertà democratica» oppure una «tirannide democratica». Se la prima è propria di una democrazia compiutamente liberale, in cui il principio di sovranità popolare non è mitizzato e non diviene pertanto “demolatrico”, la seconda, per contro, si attaglia a una democrazia che tende a seguire in modo pedissequo il principio sopradetto e spazza via ogni limitazione atta a controllare derive illiberali.

Per concludere, i continui richiami al principio di cui si è sinteticamente parlato nascondono un potenziale nefasto per le nostre fragili impalcature politiche. Infatti, come detto da Röpke, «questa sovranità popolare è soltanto un mito; ma è un mito estremamente pericoloso, perché apre la via alla più pesante oppressione», in quanto basantesi sul popolo, fonte di legittimità della democrazia. Purtroppo, la confusione e l’errata comprensione delle istituzioni basilari della convivenza sociale ci pongono in una condizione di esacerbata debolezza. Se mal si comprende cosa effettivamente è una democrazia, allora non si può star tranquilli.

«Saprà la democrazia – si chiedeva Sartori – resistere alla democrazia? Sì, ma a patto di giocare con più intelligenza e soprattutto con più responsabilità di quanta ne veda in giro». Già, la responsabilità: merce rara, senza la quale è difficile pensare di riuscire a preservare la libertà individuale.

 

 

 

 

* Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi.