Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Tiro alla fune

Paolo Pombeni - 03.04.2019
Tiro alla fune

Avete presente il gioco del tiro alla fune? Serve per mettere alla prova i muscoli di due squadre, senza che chi perde si faccia male, perché viene semplicemente “trascinato” ad oltrepassare un certo confine. Bene, al momento è il giochetto che sembrano prediligere i due azionisti di maggioranza del governo in carica. Ognuno tira la fune con tutta la forza (propagandistica) che ha, e fino ad ora ciascuno va un po’ avanti e un po’ indietro a seconda dei momenti senza però che nessuno soccomba del tutto e superi il famoso paletto di confine.

Dovrebbe servire per infiammare le reciproche tifoserie che seguono la gara dagli spalti, ma il gioco è più pericoloso di quel che sembra, perché prevede strattoni dati a sorpresa per cogliere l’avversario impreparato e trucchetti vari con cui cercare di guadagnare vantaggi: tutte cose che, nel mondo reale, hanno conseguenze e ricadute.

La concentrazione di Lega e M5S sul tiro alla fune in vista delle urne europee del 26 maggio (ma, in contemporanea, di urne per regionali, comunali e un paio di suppletive, è bene ricordarsene) impedisce al governo di affrontare i problemi in corso e quelli che si affacciano all’orizzonte (anche molto gravi secondo non pochi analisti autorevoli). La questione principale è quella economica. Di Maio e in modo diverso Salvini si spazientiscono per le “intrusioni” di varie agenzie internazionali sui nostri conti, ma le analisi non si smontano dichiarandole intrusive, ma se mai potendo dimostrare che sono sbagliate. E questo è quanto il governo non è in grado di fare, perché non si trova uno straccio di economista di qualche prestigio che possa autorevolmente mettere in discussione quanto viene detto sia sullo stato attuale della nostra finanza pubblica sia sulle prospettive che essa presenta per il futuro prossimo. Le sparate nei talk show o a colpetti di tweet di qualche rampante beneficato dal favore (passato) delle urne non fanno testo: mai l’espressione è stata più appropriata.

Eppure la cultura da talk show populista sembra il massimo a cui sa ispirarsi l’attuale maggioranza. Il caso della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario è emblematico. Non bastasse la considerazione che raramente questo genere di strumento ha prodotto risultati spendibili in materia di riforme del sistema, questa volta tanto per rendere chiaro l’orientamento si sta anche cercando di mettervi a capo un giornalista esperto di organizzazione di talk show populisti, perché questo è il sen. Paragone. In momenti delicati le immagini che uno si porta addosso pesano, eccome, sicché se anche il sen. Paragone si rivelasse a sorpresa un appropriato gestore di indagini capaci di mettere positivamente in luce debolezze da correggere del nostro sistema bancario, la sua opera verrebbe inficiata dall’ombra del suo passato.

Naturalmente c’è ben altro in gioco. Nel momento in cui la nostra economia deve affrontare un problema di serio riassetto dei conti pubblici ci sarebbe bisogno di serrare le fila in una collaborazione che coinvolgesse anche le opposizioni. Non si tratta di immaginare idilli democratici, ma di prendere nella dovuta considerazione il fatto che il nostro paese è considerato un problema a livello internazionale e che dipendiamo in maniera determinante dagli investitori esteri. Del resto la stessa ripartenza del nostro sistema produttivo, oggi toccato anche dalla frenata di alcune economie di paesi europei, è legata ad una ripresa di fiducia degli industriali, che si trattengono dall’investire sia in tecnologia che in assunzioni di mano d’opera per l’incertezza del quadro politico preda di risse continue.

Se non si riuscirà a ristabilire un clima generale positivo anche gli ipotetici benefici che il governo si attende dalle sue manovre non avranno corso. Sembra che il trio Conte, Salvini, Di Maio pensi di cavarsela additando a nemico pubblico il ministro dell’Economia, magari approfittando del fatto che si è scoperto uno scheletrino nel suo armadio (una collaboratrice discussa e forse discutibile, che peraltro stava lì da un bel po’ senza che se ne fossero accorti più di tanto).

Non è però con un trucchetto del genere che si uscirà da un’impasse che diventa sempre più evidente. Anzi ci si è messi in un vicolo cieco. Se si riesce a far saltare Tria, gli osservatori prenderanno la cosa come la riprova di un governo che non si arrende a fare i conti con la realtà di una fase molto difficile della nostra economia al punto da sbarazzarsi non solo di un “tecnico” che ha comunque una sua credibilità, ma della “sentinella” che il Quirinale aveva inserito nel governo a tutela contro i colpi di testa. Se invece Tria rimane nonostante tutto nella sua infelice posizione attuale di “cavaliere dimezzato”, lo si interpreterà come il segnale che il governo è in totale confusione, e conseguente debolezza, tanto da non essere in grado di fare delle scelte chiare di politica economica.

Si può andare avanti così fino alla proclamazione dell’esito del test elettorale di maggio? Ovviamente sì, ma non senza costi. Prima di quella data andrà compilato il DEF, documento in cui sarà necessario dire qualcosa sul futuro dei nostri bilanci e se, come tutto lascia pensare, si butterà giù un testo fumoso fatto di fantasie e buone intenzioni (quelle di cui notoriamente è lastricata la strada per l’inferno), si darà un altro colpo alla nostra credibilità interna e internazionale e per di più in un contesto che non si asterrà dal denunciare la nostra debolezza a fronte di un panorama che va incupendosi.