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Scontri pericolosi

Paolo Pombeni - 18.10.2014
Sergio Chiamparino e Matteo Renzi

Non è lo scontro con la CGIL quello che deve preoccupare il governo, ma quello con le regioni. Le critiche del sindacato sono al momento armi poco efficaci. Può anche portare alle manifestazioni un numero consistente di persone, sfruttandone le paure rispetto ad un futuro indubbiamente carico di oscurità, ma non riesce a fare proposte. Infatti l’idea che la debolezza della attuale manovra sia la scarsità di “investimenti” rimanda alla vecchia teoria che la spesa pubblica possa creare l’occupazione che manca.

Così è stato in passato (si pensi al mitico gonfiamento degli impiegati alle Poste), ma oggi è impossibile da replicare: sia perché abbiamo un livello di indebitamento pubblico che non ce lo consente, sia perché le spese per infrastrutture, che rientrano in un’altra logica, hanno tempi lunghi per diventare operative e quei tempi in una crisi come quella attuale non sono sopportabili.

La gente queste cose quantomeno le intuisce e dunque su quel fronte Renzi non deve preoccuparsi più di tanto. Il fronte difficile che ha aperto è quello con le amministrazioni locali, regioni e comuni, che sono sul piede di guerra per una ulteriore manovra di tagli che li mette in difficoltà.

Questo tema è delicatissimo e Renzi fa male a trattarlo con sufficienza. E’ strano che un uomo politico che come lui ha fiuto per le pulsioni dell’opinione pubblica non capisca che sta mettendo mano ad una polveriera. Perché, diciamocelo chiaramente, il ritornello del “tagliate gli sprechi” funziona quando si spara nel mucchio, ma poi quando si scende nel concreto di ogni singola regione è un altro paio di maniche.

E’ fin troppo facile al governatore del Veneto Zaia ribattere che non si può mettere sullo stesso piano degli sprechi la sua regione che ha 400 forestali e la Sicilia che ne ha 22mila e che per di più è esentata dai costi standard.  Siccome questa è una realtà e non una battuta politica, ha una sua forza dirompente e può creare quella frattura nell’opinione pubblica su cui puntano da tempo i nemici di Renzi.

Costringere le regioni ad una politica di tagli sulla sanità e sui trasporti non è un buon modo per rafforzare il consenso di cui il governo ha bisogno in una fase delicata di scontri generalizzati. Soprattutto perché questi tagli andranno ad incidere in maniera più dolorosa sulle regioni virtuose dove questi servizi sono mediamente di buona qualità, dove insomma la gente è, per dirla con una battuta, “abituata bene”. Metterla in crisi su questi terreni significa acuire il senso della crisi epocale e questo non è il contesto adatto per avviare una “ripresa” che ha bisogno di un clima di fiducia.

Teniamo conto che le regioni virtuose sono anche quelle dove si concentra la capacità produttiva ed imprenditoriale del paese e dunque creare squilibri sociali in quei contesti è pericoloso se si vuole far ripartire l’economia. Non è un caso che sia il governatore del Piemonte Chiamparino, uomo non certo ostile a Renzi ed espressione del suo partito, ad avere levato la voce per protestare contro una politica che sembra molto, diciamo la verità, “romana” nel suo neocentralismo di fatto.

Ovvio che con comportamenti di questo tipo il governo favorisce il gioco gattopardesco delle regioni meno virtuose (quelle che potrebbero fare tagli consistenti sugli sprechi) che si trincerano dietro la protesta di quelle virtuose, sicure che alla fine quelle salveranno anche loro. Del resto la matassa è ingarbugliata, perché tagliare gli sprechi significa anche creare disoccupazione in un momento infelice. Per rimanere all’esempio di Zaia: si può immaginare che il governatore della Sicilia licenzi 20mila forestali inutili, senza che si apra una sollevazione sociale?

Il momento è difficilissimo, ma indubbiamente decisivo, perché l’Italia non ha molto tempo a disposizione per uscire dalla palude in cui si è cacciata. La gente ha sin qui, nella grande maggioranza, approvato la politica d’urto del premier che non tiene conto delle cristallizzazioni dei vecchi poteri feudali e che prova a sconvolgere equilibri mummificati nel tempo nell’ottica che una terapia d’urto sia la soluzione per un malato in condizioni molto gravi. Tuttavia questa terapia d’urto può funzionare a patto che mantenga un livello alto di consenso sociale, che possa contare su un lavoro coordinato dei gruppi dirigenti politici, economici, intellettuali, che intervenga con una certa razionalità trasparente sui problemi che ha davanti.

In questo momento sembra che il premier stia perdendo un poco il suo tocco magico, proprio perché sottovaluta queste complessità, che certo non sono facili da gestire in un paese che è un puzzle di situazioni diverse, a volte distanti in maniera estrema. Eppure se vuole durare e portare a termine, o almeno non interrompere precocemente  un’opera di trasformazione quanto mai necessaria è imprescindibile che non metta in pericolo i tessuti connettivi, per quanto in vari casi usurati, del nostro sistema, fra cui le amministrazioni locali hanno un ruolo che non va sottovalutato.