Ultimo Aggiornamento:
30 maggio 2020
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La pandemia fra Lev Tolstoj e Cesare Lombroso

Francesco Domenico Capizzi * - 25.04.2020
Pirmin Meier - Paracelso

Piuttosto che studiare le manifestazioni della potenza la storiografia moderna dovrebbe applicarsi alle cause che la formano, ma in teoria re­spinto il metodo antico nella pratica lo segue” (Tolstoj, Guerra e pace, Epilogo parte II, Garzanti 2007). Politica, Istituzioni e formazione dell’opinione pubblica tendono a rimanere nel solco di quel metodo con il rischio di scambiare e rappresentare le origini e la realtà dei fatti con epidermiche percezioni e semplicistiche narrazioni su grandi temi: emigrazioni, identità nazionale, sicurezza personale, crisi economiche, ruolo delle competenze professionali e degli organismi internazionali, programmi e progetti politici nella formazione del consenso fino a lambire il significato di democrazia…

Nel corso travagliato dell’attuale pandemia circolano un’infinità di notizie, piuttosto fatalistiche e sensazionali, che nulla hanno a che vedere con la ricerca scientifica e la realtà dei fatti, ma che assumono la potenza di sopprimere le cause informando larga parte dell’opinione pubblica: “virus contenuti in pipistrelli quattro mesi or sono…incroci fra pipistrelli e serpenti…mutazioni virali istantanee…scorpacciate di topi vivi e di rettili…virus costruiti in laboratorio e poi sfuggiti o liberati…guerra batteriologica…atleti-militari  americani portatori sani a Wuhan…sopravvivenza del virus sull’asfalto…unico paziente zero nel Mondo…congiure politico-finanziarie…nuova forma di guerra commerciale…andamento clinico poco più di un’influenza…virus cinese…immunità di gregge…misure cautelative esagerate…riaprire tutto…esporsi al sole…efficacia del digiuno ogni tre giorni…e della vitamina D… disponibilità di vaccino e antidoti entro qualche settimana…”.

Due lontane cronache parlamentari rappresentano a mio pare in giusta misura il dilemma sollevato da Tolstoj: il medico romano Carlo Maggiorani, in audizione al Senato il 12 marzo del 1873, sostenne con risolutezza davanti all’assemblea sbigottita: “La tisi, la scrofola, la rachitide tengono il campo più di prima, la pellagra va estendendo i suoi confini, la malaria coi suoi tristi effetti ammorba gran parte della penisola, la sifilide serpeggia indisci­plinata fra i cittadini e in ispecie fra le milizie, il colera ha facile adito e attecchisce facilmente, il vaiolo rialza il capo, la difterite si allarga ogni giorno di più. La mortalità infantile, pari a circa il 50% della mortalità generale, è dovuta ad infezioni gastroenteriche legate alla pessima situa­zione igienica di molte aree del Paese e al lavoro protratto nei mesi alti della gravidanza” (G. Cosmacini, Storia della Medicina e della Sanità in Italia 1348-1918, Laterza 1994); ed ecco il discorso esemplare di un membro ultraconservatore della Camera dei Deputati nel medesimo periodo storico e dunque, si presume, davanti alla medesima situazione di degrado sociale: “D’altra parte abbiamo ragione di credere che il principale godimento delle classi minute stia nel non conoscere la loro umiliante inferiorità e gli ingiusti svantaggi, che non sarebbero svantaggi qualora passassero inavvertiti. Dalla religione emer­gono la vera sapienza, l’animo sinceramente fratellevole, la ben intesa non inorpellata eguaglianza, indarno sperata nei fremiti anarchici, nel virulento mendacio, nelle opere egoistiche dell’uomo e nei disordini “ (L. Borghi, Educazione e sviluppo sociale, La Nuova Italia 1962).

Politica ed Istituzioni omisero di rilevare la realtà dei fatti: morbilità e mortalità, strettamente connesse alla crescente miseria, trovavano origine in insufficienze alimentari, inadeguatezze abitative e assenza di cure ed assistenza pubblica. La rivoluzione industriale, la spirale recessiva agrico­la, il riemergere dei dazi protettivi erano sotto gli sguardi di tutti: l’andamento esponenziale della disoccupazione per la automazione dei processi produttivi con conseguente caduta del potere d’acquisto e il deterioramento, perfino insanabile, delle condizioni di vita e di salute di larga parte della popolazione.

Ragioni di opportunità politica, e in definitiva di conservazione dell’ordine politico-sociale, distorceranno le origini di quanto stava emergendo: la recessione raggiunse il culmine con rincari esponenziali dei generi di prima necessità che provocarono un’irrefrenabile collera popolare, ferocemente repressa da Bava Beccaris che ordinò di sparare sulla folla esasperata dalla fame.

Intanto la cultura razionalista, da tanti apprezzata come manna del cielo, continuava ad interpretare e diffondere l’idea che il binomio povertà-malattia rappresentasse un segno di decadenza, corruzione ed inadeguatezza individuale e di ceto sociale: “Qui tutto non è che sifilide, le psicopatie sono in aumento: nel 1830 vi erano 10.000 pazzi, nel 1874 ve ne sono 80.000” (J.K. Huysmans in  G. Le Bon, Psicologia delle folle, Longanesi 1970). Acquistarono spazio le teorie degli atavismi fisiognonomici di Lombroso fino a sfociare nel concetto di “criminale per nascita” (C. Lombroso, L’uomo delinquente, Napoleone ed. 1971), utile coltre “oggettivista” per oscurare il declino economico e la conseguente delusione di larga parte della società in attesa di promessi promozioni sociali.

Nella pandemia odierna, in cui la potenza è basata su cause che assommano discreti livelli di una sua prevedibilità, disomogenei ritardi organizzativi, colpevoli distrazioni e frammentarie misure socio-sanitarie, va segnalato che i virus sono stati fra i primi segni di vita nell’Universo, che nei millenni i virus hanno mutato caratteri un’infinità di volte, che convivono in noi stessi e nell’ambiente naturale i cui squilibri, creati e magari non voluti da noi stessi, può mutarli e renderli aggressivi specialmente in persone defedate dalla coesistenza di malattie croniche (in prevalenza per inquinamenti, stili di vita, insufficienza di norme di sicurezza, ecc.), che le epidemie presentano caratteri rapidamente pervasivi ben noti, da almeno un secolo, agli organismi internazionali e nazionali preposti, i quali hanno tardato, in alcuni casi anche dal rimbrottare leader politici colpevolmente astensionisti, dall’assumere immediati provvedimenti strategici di prevenzione e contrasto anziché adottare a posteriori misure che rincorrono gli eventi sanitari e le conseguenze socio-economiche che ne derivano.

Bisogna anche rilevare che, a volte, nella comunità scientifica è mancata la necessaria unità ed è trionfato un certo protagonismo individuale come capitò a Paracelso, al secolo Phylippus Aureplus Theophrastus Bombastus von Hoheneim, medico svizzero-tedesco  a Ferrara. Osteggiato, si rivolse ai colleghi compiacendosi: “ la mia barba ne sa più di voi detrattori e dei vostri scritti… le fibbie delle mie scarpe sono più sapienti di Galeno e di Avicenna…” (Pir­min Meier, Paracelso, medico e profeta,  Salerno ed. 2000).

 

 
 


* Già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna