Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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L’equilibrio di poteri in Brasile

Rafael Ruiz * - 29.10.2015
Rodrigo Janot

Di certo quando Montesquieu scrisse sull’equilibrio dei poteri non avrebbe mai pensato che si potesse arrivare all’attuale situazione politica brasiliana. Siamo di fronte a un equilibrio “sui generis” che nella stampa scritta e in quella digitale così come nell’opinione popolare si può riassumere così: se la presidentessa del Paese non cade, tantomeno cadrà il presidente della Camera dei deputati. E se cade uno dei due, lo stesso capiterà anche all’altro.

Come si è arrivati a questo singolare equilibrio? I fatti, arrivati a questo punto, sono la cosa meno importante. E nessuno sembra effettivamente voler sapere se è andata davvero così oppure no. Ora la cosa importante è mantenere il potere, per l’uno come per l’altra. Anche se le cose non stanno proprio in questo modo, purtroppo tali sembrano, visto lo sviluppo della tragicommedia politica degli ultimi mesi.

Proverò qui, nonostante tutto, a riassumere nella miglior maniera possibile “i fatti”. Tutto ha iniziato a mostrarsi in una strana tonalità, una specie di grigio scolorito, quando il relatore del Tribunale de Cuentas de la Unión (TCU, la Corte dei Conti brasiliana), lui che dovrebbe effettivamente essere imparziale nei giudizi, ha informato la stampa del suo verdetto finale: la mancata approvazione del bilancio presentato dal governo di Dilma Rousseff con riferimento al mandato precedente.

Contemporaneamente la stampa ha informato che lo stesso relatore era sotto investigazione della Polizia federale in un processo simile a quello in corso contro la Petrobrás che vede coinvolti imprenditori e politici accusati di riciclaggio. Il governo ha chiesto al Supremo Tribunal Federal la deposizione del relatore, ma la richiesta non è stata accolta. Di seguito, con una dichiarazione trasmessa in diretta televisiva, lo stesso relatore ha letto il proprio parere annunciando che il bilancio non era stato approvato. La dichiarazione è stata enfatica e si è ripetuta due volte. Il relatore ha affermato che movimenti di denaro e manovre fiscali (conosciute popolarmente come “pedalate fiscali”) effettuati dal governo del PT nel 2014 ammontavano a circa tre trilioni di reais: una cifra a diciotto zeri. “Tre trilioni”, ha ripetuto guardando negli occhi il telespettatore che ancora non poteva essersi abituato alla cifra e che sembrava non potere immaginare quanti zero avesse.

La reazione del governo e dei suoi leader principali, tra loro l’ex-presidente Lula, non si è fatta aspettare. In primo luogo hanno dichiarato che i governi precedenti, compresi quelli di Lula e di Fernando Henrique Cardoso, avevano anch’essi fatto delle manovre fiscali che erano state approvate. Poi, visto il mancato effetto della prima uscita, hanno cambiato argomentazione sostenendo che quel denaro era stato utilizzato per le spese sociali come la “borsa di famiglia” o le case popolari. L’opposizione ha iniziato a discutere sul possibile impeachment della presidentessa, e dunque della sua destituzione per volontà del Congresso nazionale.  

Contemporaneamente il Procuratore generale della Repubblica, Rodrigo Janot, che era stato riconfermato nell’incarico dalla stessa presidentessa Dilma Rousseff, ha informato il Paese di essere in possesso di chiari indizi che dimostravano come il presidente della Camera Eduardo Cunha avesse dei conti segreti in Svizzera. Cunha ha negato, mentre la stampa online andava confermando sempre più spesso la notizia alla luce di informazioni sicure provenienti dalle banche svizzere. Ma non si tratta solo di questo. Uno degli accusatori incarcerati ha denunciato di aver dovuto sborsare una tangente di cinque milioni di reais a Cunha, che ha negato anche questo.

Mentre scrivo questa ricostruzione, un gruppo di cittadini piuttosto rappresentativo perché guidato da una figura storica del PT – dal quale però è uscito da tempo – Hélio Bicundo, ha proposto la richiesta di impeachment. Cunha ha pubblicamente annunciato che rinuncerà alla carica, che tutto deve continuare come prima. Intelligentemente, per guadagnare tempo ha dichiarato che avrebbe studiato il caso fino al 15 novembre (data storica, giorno di proclamazione della Repubblica) per verificare se fosse stato o meno il caso di intraprendere il procedimento di impeachment. Il nucleo forte del PT intanto, guidato dal presidente del partito Rui Falcão, ha approvato un viaggio all’estero della presidentessa e ha affermato che il ministro Levy dovrebbe essere sollevato dal suo incarico. Chi prima chiedeva la destituzione di Cunha ora è molto più cauto.

Sembra che siamo ben lontani dal conoscere la verità delle cose, e data la piega degli eventi, pare che sia quello che meno interessi. Ciò che importa è che si mantenga l’equilibrio dei poteri, o delle persone al potere. Un equilibrio instabile, difficile, e sempre più improbabile.

 

 

 

  

* Professore di História da América nella Universidade Federal de São Paulo

Traduzione di Claudio Ferlan