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Rai e scuola: c'è un nesso?

Paolo Pombeni - 12.03.2015
Prof in classe

Il consiglio dei ministri discute insieme di riforma della scuola e di riforma della Rai. Si tratta dell’ordinario affiancamento di temi diversi, come è normale in questo organo che si occupa di tante questioni diverse, o in questo caso sarebbe da indagare l’esistenza di un qualche nesso fra le due problematiche?

Come si sarà intuito, siamo convinti che un legame ci sia, anche se dubitiamo che se ne sia veramente consapevoli e che se ne discuterà appropriatamente, perché sia la scuola che la Rai in quanto servizio pubblico sono, o dovrebbero essere, due formidabili canali di formazione della cultura diffusa di un paese.

L’affermazione urterà inevitabilmente quelli che pensano che sia una eresia affermare l’esistenza di un dovere pubblico nella formazione di un substrato culturale condiviso. Guai poi a parlare della responsabilità delle istituzioni nel garantire questo servizio. Viviamo in un’epoca in cui si è imposta l’idea che la difesa contro l’egemonia di un pensiero unico, che è tipico dei regimi dittatoriali, consista nel lasciare spazio libero al caos delle interpretazioni individuali, tutte egualmente giuste, egualmente degne di avere il loro spazio di affermazione, e via dicendo.

Ovviamente tutti sappiamo che in realtà la convivenza suppone l’accettazione di un certo quadro di regole comuni, di veicoli comunicativi accettati da tutti senza i quali è difficile capirsi e di conseguenza organizzare una vita pubblica degna di questo nome. Quando si spiegano queste cose ad un livello elementare si fa ricorso ad un esempio banale. Che 2 più 2 faccia 4 non è una verità in sé, perché si può benissimo inventare un sistema matematico in cui il risultato possa essere 6 o 10 o quel che volete voi. E’ solo necessario poi decidere cosa in quel caso faranno 3 più 5 che non sarà allora 8 e via di seguito.

Progettare sistemi matematici alternativi non è un reato e può perfino essere geniale, ma per poter fare i calcoli banali per tutte le necessità quotidiane è necessario convenire su un sistema che si impone a tutti come l’unico accettato, se non come l’unico “vero”.

Il principio vale, con le dovute mediazioni, anche per la cultura che è il modo di calcolo, se ci si passa l’espressione, attraverso cui la convivenza sociale, economica e politica viene organizzata in maniera che sia il più possibile equa ed equilibrata.

Questa è la ragione per cui tutte le società hanno bisogno di una cultura condivisa. Oggi parlare di “cultura nazionale” non è ovviamente più possibile in un mondo globalizzato, ma certo ogni “nazione” ha un suo percorso peculiare di assimilazione e di condivisione di una serie di parametri di interpretazione, comportamento e giudizio.

La scuola è il percorso immaginato nei sistemi occidentali come via per la formazione di questa base culturale omogenea. La scuola non è semplicemente il percorso in cui, per usare una vecchia espressione, si impara a leggere, a scrivere e a far di conto. Quello lo si può imparare anche individualmente dai propri parenti o da un tutore individuale. La scuola è invece innanzitutto una esperienza in cui l’imparare insieme è già una educazione alla convivenza, alla socialità, prima ancora che l’apprendimento di strumenti cognitivi pur importanti.

Oggi è proprio questa dimensione educativa della convivenza come comunità di giovani persone che si addestrano alla vita sociale ciò che è in grave crisi. Manca l’autorità in senso positivo di chi fa il formatore, troppo spesso un individuo incerto che scarica sugli alunni le sue frustrazioni, ma manca al contempo un retroterra sociale che inserisca e accompagni i ragazzi e i giovani ad accettare ed a trarre beneficio da un percorso educativo.

Ed è qui che entra in gioco il nesso con la Rai come servizio pubblico. Se la “grande balia” di giovani, meno giovani ed anziani, non è in grado di sorreggere il “comune sentire” di un paese, se non produce più cultura come sistema di integrazione e di comprensione di sé e degli altri, difficilmente potremo contare su un contesto che aiuti il sistema educativo a produrre i suoi frutti positivi. Soprattutto oggi quando ormai ci siamo resi conto che l’educazione, specie in tempi di transizioni tumultuose come sono i nostri, ha bisogno di un lavoro continuo che non può concludersi delegandolo al ciclo scolastico.

Un paese incapace di produrre questa “educazione permanente” non ha grande futuro e si farà conquistare da sistemi che la imporranno proprio in quelle forme “dittatoriali” che giustamente aborriamo: perché la natura sociale non tollera la mancanza di equilibrio e alla fine cade nella tentazione di raggiungerlo a qualunque costo.

Dunque la questione della “buona scuola” non è certo nell’aumentare programmi, inserire nuove materie e roba simile. Quelli sono gli strumenti che vengono in mente a chi confonde la cultura con l’accumulo di informazioni tanto più superficiali quanto più dovranno essere molto numerose.

Altrettanto il problema della riforma del servizio pubblico radiotelevisivo non può partire dalla ricerca dell’alchimia perfetta per metterla in mano a qualcuno che non si pieghi a questo o a quel condizionamento, perché solo se si possiede una chiara visione di quale è la missione che non si può tradire si può essere in grado di respingere i condizionamenti (così come di venire rimossi se quella missione si è tradita).