Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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Radicalismo e centrismo: due miti della politica italiana

Paolo Pombeni - 01.02.2020
Schlein e Calenda

La tornata elettorale di domenica 26 gennaio ha riportato in auge due eterni miti della politica italiana: il radicalismo e il centrismo. In verità mentre il primo si tira in ballo a proposito, il secondo è stato richiamato in maniera strumentale, ma tant’è: sono due vecchi concetti che si rincorrono in tutte le lotte politiche e non solo in quelle del nostro paese.

Il radicalismo, che qui, lo chiariamo subito, non ha niente a che fare con la storia e l’ideologia del partito radicale italiano, è quell’approccio che muove dalla convinzione che per conquistare il consenso sia necessario portare all’estremo le argomentazioni che si propongono. Spesso si coniuga con la demagogia, ma di per sé non necessariamente. Di radicalismo ha fatto largo uso la Lega per propria tradizione, ma ultimamente Matteo Salvini ci ha aggiunto una dose massiccia di demagogia. La sostanza di queste proposte è che il mondo si divida nettamente in due: i buoni e i cattivi, gli angeli e i demoni, i prescelti dal Signore e quelli destinati a priori alla dannazione.

Non si tratta di una prerogativa della destra, perché è uno schema di lotta ampiamente usato anche a sinistra. Proprio le elezioni regionali in Emilia Romagna (non sapremmo dire se anche quelle in Calabria) hanno riportato in auge questo approccio. La destra, egemonizzata dalla comunicazione di Salvini, lo ha fatto in maniera più spudorata. La sinistra si è limitata a lasciar risorgere il vecchio mito della contrapposizione fascismo/antifascismo, senza peraltro, a meno da parte del PD, farne un esplicito proprio manifesto, perché nella necessità di tenere insieme le componenti più diverse ha egualmente puntato a far leva sul richiamo al proprio buongoverno.

Ciò che ci pare interessante notare è che questa impostazione ha favorito il ritorno di una polarizzazione intorno a due soli protagonisti, emarginando tanto quelli che volevano dichiarare superata la dicotomia destra/sinistra (M5S), quanto l’estremismo di sinistra che pure in quella regione un suo seguito storico ce l’aveva. Diciamo subito che i Cinque Stelle sono solo una versione perdente del radicalismo, in quanto anch’essi si sono sempre mossi sulla contrapposizione fra i buoni (loro) e i cattivi (tutti gli altri). Solo che questa versione tendente a rivoluzionare la tradizionale dicotomia storica del costituzionalismo novecentesco sembra, almeno al momento, aver perso capacità di aggregazione.

È interessante notare che il radicalismo della nuova destra italiana spiazza e cancella l’opzione bipolare che aveva tentato di creare il berlusconismo. Questa era fondata su un mix fra una frattura del tutto immaginaria (quella fra comunisti e anticomunisti) e una frattura che invece esisteva in concreto fra chi credeva in una politica in grado di manipolare la società a suo piacimento (la sinistra) e chi voleva preservare al massimo possibile le rendite di posizione create dai precedenti decenni di debole governabilità.  La visione che propone Salvini, più a livello di intuizione rozza che di elaborazione ragionata, dà invece per scontato che non sia possibile preservare la giungla dell’indecisionismo (cioè la situazione dell’ultimo decennio) e propone invece una uscita da questa con il ricorso ad una delega in bianco a coloro (Lui) che si offrono, ovviamente nel loro immaginario, di rimettere le cose in ordine. È proprio per questo che siamo in presenza di una proposta di destra classica, per quanto gestita in maniera demagogica.

La sinistra si lascia attrarre su questi terreni e non riesce ad evitare che al suo interno guadagnino spazio coloro che ritengono che all’ordine della destra vada contrapposto un ordine della sinistra, altrettanto immaginato e soprattutto dimentico della complessità delle cose umane, un campo in cui, come dice la saggezza della parabola evangelica, se ci si illude di strappare radicalmente le infestanti si distrugge anche il grano che è cresciuto in mezzo a loro.

Questo significa che il luogo privilegiato della politica sarebbe il centro, che si colloca lontano da entrambi gli estremismi? È una visione a cui si cerca di dare nuovamente credito, ma senza intenderla in maniera appropriata. Infatti si evita di riconoscere che una posizione razionalmente equilibrata ha senso come momento di crescita e di trasformazione tanto delle opzioni di destra che di quelle di sinistra e si cerca invece di far passare l’idea che il centro sia un luogo politico autonomo, una ideologia che può stare in piedi da sola. Qualche volta succede, ma molto raramente. Nella normalità le visioni di tipo razionale equilibrato hanno un senso e un futuro se puntano a condizionare uno dei due campi, combattendo al loro interno, cioè se si battono per rendere il presunto ordine proposto dalla destra così come quello proposto dalla sinistra modulabile sulle circostanze e sulle possibilità presenti in un certo momento storico, e soprattutto aperto alle costanti revisioni dialettiche che sono richieste in una società che non crede e non cede al mito del dominio degli “illuminati”.

Nella attuale fase di profonda e confusa transizione che sta vivendo il sistema politico italiano sarebbe estremamente importante che si lavorasse per evitare i radicalismi che affascinano tanto la neodestra quanto una sinistra in crisi di identità, evitando però l’illusione che sia possibile organizzare il consenso sufficiente per realizzare un governo equilibrato del cambiamento in qualche partitello di illuminati che inalbera, magari senza sufficiente approfondimento, le insegne di un mitico centro perduto.