Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Il negoziato Usa e UE orfani del multilateralismo

Gianpaolo Rossini - 01.02.2020
Dazi Usa-Cina

Dopo la chiusura del contenzioso commerciale con la Cina Trump mette mano al dossier Europa mantenendo un approccio bilaterale e relegando alla marginalità accordi – come quello di Parigi sul clima - e istituzioni multilaterali – come la WTO. Un atteggiamento che non è nuovo. Già nel 1999 emerge alla luce del sole quando i democratici di Bill Clinton e i sindacati avvallano violente manifestazioni a Seattle contro l’ultima istituzione multilaterale nata nel 1995, la WTO. Un ibrido figlia dello spirito multilaterale del secondo dopoguerra, ma con un sistema decisionale avversato dagli Usa perché basato su “un paese - un voto”. Per cui Washington conta come Malta. Ma non solo per questo alla fine del secolo scorso gli Usa abbandonano il multilateralismo. È cambiato il contesto internazionale diverso da quello in cui nascono le istituzioni multilaterali (FMI, Banca Mondiale etc.) geograficamente limitato (Europa occidentale, Nord America, Giappone e Australia) e che la guerra ha reso omogeneo dal punto di vista politico e militare. Uno scenario dove è possibile separare temi economici, strategici e militari affidandoli a specifiche istituzioni multilaterali (FMI, WB, GATT, NATO, OCSE) in cui Washington ha un ruolo dominante grazie a meccanismi di voto favorevoli (nel FMI gli Usa pesano per quasi 17% di tutti i voti). Per circa tre decenni si affrontano i nodi internazionali in modo distinto e multilaterale. Ma l’emergere negli anni 80 di nuovi attori (Cina in primis) e la fine del socialismo reale cancellano espressioni come “area occidentale” o “Europa occidentale” dove il multilateralismo a regia Usa era la regola. Nel nuovo palcoscenico i paesi condividono solo la ricerca dell’affermazione economica e commerciale seguendo però difformi dinamiche, solo in parte di mercato e potenzialmente confliggenti sul piano geopolitico e strategico. Per il multilateralismo di stampo Usa lo spazio è scomparso. Nel nuovo secolo accordi commerciali globali diventano improbabili tra paesi a stadi di sviluppo lontani, con divergenti valutazioni ambientali, opposte zone di influenza, politiche di approvvigionamento energetico confliggenti, opposte alleanze politiche. Persino la vecchia sfera occidentale è meno omogenea rispetto a qualche decennio fa. Washington si sposta quindi sul terreno bilaterale segnando un cambiamento radicale nei processi di globalizzazione fin qui visti. Non si isola più un tema delle relazioni internazionali da un altro ma si mettono tutti insieme in pacchetti personalizzati negoziati con i diversi partners. Quindi non si separa più commercio da tassazione dei giganti del Web, da energia, da regole ambientali, da alleanze in campo militare e strategico. Il contenzioso commerciale tra Usa e Ue si allarga perciò ad altri settori marginalizzando consolidate analisi economiche. Infatti nell’accordo da poco concluso i temi commerciali si intrecciano a quelli macroeconomici come la riduzione del surplus di conto corrente della bilancia dei pagamenti cinese verso gli Usa. Poi si aggiungono punti istituzionali come i diritti di proprietà intellettuale, la presenza dello stato nelle imprese, la scalabilità delle imprese cinesi nonché l’approvvigionamento energetico e alimentare della terra di Confucio. Allo stesso modo il negoziato con la Ue non si limiterà a questioni commerciali. Vi sarà una richiesta di riduzione del cronico esorbitante surplus di bilancia dei pagamenti tedesco e conseguente mutamento della politica fiscale del governo Merkel. Entreranno in gioco poi tassazione dei giganti del web, sussidi al colosso aereo semipubblico Airbus che sta infliggendo colpi pesanti al gigante di Seattle Boeing e non mancheranno rilievi sulle scelte energetiche della Germania con il gasdotto Northstream osteggiato dagli Usa. Sul tavolo compariranno seppur in maniera non palese, le scelte militari, in termini di spesa per la difesa e di dispiegamento di forze nei teatri dove gli Usa sono presenti. Tutti questi temi Trump li vuole negoziare insieme. L’Europa è pronta? La Commissione si, ma poi verranno le reazioni nazionali. Il guaio è che su questi argomenti nella Ue è assente l’omogeneità di interessi, strategie e politiche. C’è una Babele, dalla Libia all’Iraq, da Airbus ai conti con l’estero, alle spese militari. Il negoziato con gli Usa non appare facile perché la politica commerciale unica dell’Ue rende inapplicabile l’approccio bilaterale caro agli Usa basato su misure uguali per tutti i membri Ue, indipendentemente dalle responsabilità nazionali nei contenziosi. C’è il rischio che alcuni paesi finiscano per pagare molto di più di altri. Per evitare questo è necessario raggiungere presto unità su temi sui quali le divergenze intra-Ue sono minori come la tassazione dei giganti del web. Su altre materie ciascun paese deve valutare con attenzione i costi e i benefici degli eventuali accordi non per cassarli ma per garantirsi compensazioni in sede comunitaria per eventuali asimmetrie.  Negoziare con Washington non è facile ma necessario per il peso che ha nel nostro interscambio commerciale al terzo posto dopo Germania e Francia, con una quota del 9.4% sul totale delle nostre esportazioni a fronte del 2.7% della Cina, al nono posto. Una iniziativa come quella adombrata dalla Commissione Ue della creazione di un forum commerciale internazionale incentrato su Cina e Germania, alternativo alla WTO bloccata dagli USA, non aiuta la trattativa, non è nell’interesse del Bel Paese e allontana la necessaria seppur ardua riorganizzazione della stessa WTO.