Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2018
Iscriviti al nostro Feed RSS

Quando il gioco diventa duro…

Paolo Pombeni - 07.11.2018
Di Maio, Toninelli e Salvini

La battuta “quando il gioco diventa duro, i duri iniziano a giocare” è una citazione abusata. Tuttavia è quel che viene in mente ad osservare come si sta evolvendo la situazione italiana, dove il gioco sta diventando più che duro. Peccato che in questo caso di duri che cominciano a giocare non se ne vedano in giro. Al più un po’ di bulletti che giocano a fare i duri.

La contingenza attuale è difficile. Il paese è stato vittima di una catastrofe naturale di proporzioni più che notevoli: sono danni ingenti che richiederanno interventi finanziari sostanziosi, ma soprattutto, se non si vuole per l’ennesima volta lasciar cadere tutto nel dimenticatoio, interventi di riordino strutturale del nostro sistema di prevenzione. E già questo è un problemino spinoso, che spacca in due il paese, perché al Nord si tratta di sistematizzare una situazione, al Sud di capovolgere una mentalità che trova radici e compiacenze nella pubblica amministrazione locale. Una faccenda non facile da affrontare per una coalizione governativa dove convivono nordisti e sudisti, tanto per cavarcela con una battuta.

Inoltre il nostro paese si trova al centro di una vicenda internazionale che temiamo si stia sottovalutando. In un contesto in cui si stanno ridisegnando molti scenari, le diplomazie hanno individuato nell’Italia un ventre molle in cui affondare i propri colpi. Non c’è solo il tema dei complicati rapporti interni alla UE, che già non è questione marginale, perché ci sono componenti di peso (la Francia), che con un po’ di paesi del Nord come per esempio l’Austria, le quali vogliono, come si suol dire, colpirne uno per educarne cento; altri paesi con altrettanto peso (la Germania) che sembra non sappiano esattamente come schierarsi (ma hanno una situazione interna piuttosto complicata); componenti minori che vorrebbero salvare la capra (la capacità decisionale di Bruxelles) assieme ai cavoli (le esigenze del governo italiano di intestarsi una manovra economica fintamente espansiva).

Si tenga conto che in questo panorama si stanno infilando la Russia di Putin e gli USA di Trump, ciascuno con l’intenzione di sfruttare a proprio vantaggio il bisogno di sostegno da parte del governo giallo-verde per usarlo come leva per indebolire l’Europa (si veda la mossa di Trump di esentare per un po’ l’Italia dall’embargo verso il petrolio iraniano). E non sappiamo ancora a che gioco giocherà la Cina, che certo non è distratta circa quel che avviene nello scacchiere europeo.

Ce ne sarebbe abbastanza perché un governo responsabile agisse almeno con un minimo di cautela. Invece continuano a dominare le esigenze propagandistiche nell’attesa delle urne europee da cui ci si aspetta chissà quale soluzione dei nostri problemi. I Cinque Stelle sono quelli messi peggio, perché dimostrano sempre più di non avere personale politico all’altezza della situazione. Da un lato devono trovare il modo di tenere insieme l’armata più che composita dei loro elettori, che si sta erodendo, sia pure in maniera relativa (ma stiamo parlando di sondaggi) man mano che diventa evidente che le sparate a mezzo fra il talk show e le adunate del “vaffa” non sono materia buona per fare una politica di governo. Dal lato opposto rincorrono i loro sponsor esterni (interessati) mostrando che sono anch’essi figli di quella politica che si sottomette ai propri guru intellettuali (o pseudo tali) non meno di quel che facevano i criticatissimi partiti della sinistra tradizionale (che peraltro perseverano in quel vizietto).

Lo si è visto benissimo nella vicenda della pasticciata e improvvisata riforma della prescrizione realizzata “al volo” con un emendamento in una legge che parlava d’altro: un omaggio ai giornali giustizialisti e a quella percentuale neppure maggioritaria della magistratura inquirente che ne condivide i furori giacobini (del resto il relatore grillino in commissione per giustificare l’emendamento non ha avuto argomento migliore che ricordare che sul tema è d’accordo il giudice Davigo: lo ha rivelato l’on. Ceccanti).

Naturalmente l’elenco può facilmente continuare. Lo stucchevole rinvio del ministro Toninelli e compagni alla valutazione del rapporto costi/benefici per le grandi opere è una delle massime manifestazioni del “facimme ammuina” in politica: serve solo per rimandare tutto in modo da non irritare i pasdaran pentastellati senza per questo decidere che le opere si fermeranno, perché si sa benissimo che questo sarebbe impossibile da sostenere. L’ultima sceneggiata torinese offre una plastica rappresentazione della faccenda: i grillini in consiglio comunale votano che la TAV non si farà, e poi la sindaca, assente a quel consiglio, a fronte della sollevazione della società civile dice che attenderanno le valutazioni costi/benefici.

La maggior parte dei commentatori politici si chiede quanto si potrà andare avanti così, pur concludendo sconsolata che non si vede come il governo possa crollare a breve. Certo non sarà facile per il pallido premier Conte continuare a fingere di rappresentare il baricentro dell’equilibrio precario. Perché in questo caso il tema fondamentale è uno solo: Conte è una creatura dei grillini e infatti nei rari casi in cui cerca di rivendicare il suo ruolo lo fa solo verso Salvini, mai verso i ministri pentastellati. Al momento opportuno il capo della Lega glielo farà notare e pesare, visto che, nonostante tutto, sta riuscendo nell’impresa di presentarsi come un politico che al momento opportuno capisce i limiti della situazione, senza per questo dover rinunciare alla strategia delle retoriche che infiammano le piazze (ma è qualcosa che si è già visto nella storia d’Italia).