Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Prigionieri del nostro passato (politico)

Paolo Pombeni - 18.04.2020
Mattarella governo autorevole

Raccapezzarsi nella politica attuale è un esercizio complicato, perché bisogna tenere insieme l’analisi sui problemi reali del paese con una classe politica che rimane prigioniera di un passato che non passa, sicché punta a chiudere i conti con quello e non a risolvere le domande che pone una situazione estremamente complicata.

Alcune vicende sono emblematiche, come la diatriba surreale sul MES. Non si ragiona su quello che realisticamente si potrebbe ricavare da un finanziamento a basso costo erogato dall’unico strumento di intervento europeo che è attivabile in tempi brevi, ma sulle ubbie di partiti che si inventano un drago a loro misura per far credere che sono capaci di batterlo. Il premier Conte prima ha detto, giusto per lisciare la coda ai Cinque Stelle, che l’Italia non avrebbe utilizzato quei fondi che mettevano a rischio la sua sovranità. Poi, di fronte ad una reazione per fortuna dura del PD, ha voluto spiegare che per il momento era inopportuno decidere, perché non si sa ancora se e quali condizionalità ci saranno. Una persona normale gli direbbe: scusi, ma se è così, perché ha creato un inutile problema dichiarando a vanvera che il MES non lo vogliamo?

Naturalmente la spiegazione è politicista (non politica, che è un’altra cosa): Conte ha in mente come barcamenarsi al potere con una maggioranza che non controlla e di fronte al rischio di finire sommerso da una gestione della crisi che inevitabilmente scontenta molti, se non tutti. Si illude di cavarsela giocando a rappresentare il Salvatore della Patria a livello comunicativo, perché gli dicono che, sondaggi alla mano, il popolo è con lui. Nessuno gli ricorda che nei momenti di emergenza, vera e/o gonfiata che sia, è sempre così, ma dopo la gente cambia idea in un attimo e sono guai.

Il problema è che le forze politiche sono ancorate alla gestione di una geografia politica che è quella ereditata dalle elezioni del marzo 2018, la quale è sicuramente cambiata come attestato dalle elezioni Europee e da quelle regionali e locali del 2019 ed inizi 2020, sebbene nessuno sappia veramente dire come sia oggi. Ci sono i sondaggi, che qualche indicazione la danno, ma che non vanno presi come oro colato.

Ciò che un analista può cercare di ricostruire (di più non si può fare) è il mutamento di orizzonti. Il primo, evidentissimo, è che il maggior partito parlamentare che ha quasi un terzo dei membri delle Camere, cioè M5S, è almeno dimezzato nei consensi ed è in forte crisi di identità e di coesione. Avrebbe dovuto cercare di rimettersi in sesto con dei mitici “Stati Generali” che non si sono tenuti perché, con sollievo dei suoi vari capi e capetti, la pandemia non li ha resi possibili. Il risultato è che un partito in queste condizioni tiene in ostaggio il governo, senza alcuna capacità di dare qualche contributo significativo, anzi ogni tanto creando pasticci.

Da questa situazione però non si può uscire, perché gli altri partiti di maggioranza non sanno che fare una volta scaricati i Cinque Stelle. Una soluzione di unità nazionale con l’attuale opposizione è impossibile, perché due delle sue componenti, Lega e Fratelli d’Italia, sono prigioniere di un populismo demagogico che non le rende utilizzabili. La componente ragionevole di Forza Italia non è forte a sufficienza per rimpiazzare i voti parlamentari che si perderebbero con l’uscita dei pentastellati dalla maggioranza. Come si è avuto occasione di ricordare anche in nostri interventi precedenti, purtroppo l’appello alle urne per verificare se davvero il paese è ancora dell’idea di mettersi nelle mani degli opposti populismi di grillini e salviniani non è purtroppo possibile.

Qualcuno dice che se fosse possibile sarebbe molto rischiosa, ma per la verità nei momenti veramente di emergenza la gente accantona le fughe nella fantasia maturate nei tempi che si credevano di vacche grasse (anche se non lo erano già più) ed è più disposta ad affidarsi a persone che diano garanzie di sapere davvero cosa fare e cosa serve.

Comunque questa soluzione non è percorribile, e bisogna farsene una ragione. Allora sarà necessario che la politica politicante scenda dal suo pero ed affronti il nodo di dare al nostro paese un governo autorevole e credibile a livello interno e internazionale. Solo così potremo almeno provare a superare i due scogli più grandi che abbiamo davanti. Il primo è la disgregazione di un paese in cui tutte le istituzioni vanno per conto proprio e il massimo che sanno fare è inventarsi commissari e commissioni su cui trasferire non l’onere di studiare i problemi, ma quello di prendersi le colpe per tutto ciò che non funzionasse. Il secondo è la gestione di una crisi economico-finanziaria che possiamo affrontare solo trovando sia la credibilità internazionale per trovare a debito le risorse necessarie (visto che non sappiamo dell’esistenza né di Babbo Natale, né della Befana), sia l’autorevolezza per fare sì che il paese si stringa in una convinta solidarietà emergenziale (un’impresa non impossibile, perché è già successo, ma certo né automatica, né facile).

Perché possiamo metterci nella condizione di affrontare questo complicato passaggio sarà per forza di cose inevitabile provare a rimescolare le carte delle appartenenze politiche. E’ necessario che si lavori per arrivare al confronto interno a tutte le forze politiche, sociali e culturali attive in Italia. Dovunque ci sono, per semplificare, persone che sono razionalmente consapevoli del momento storico che ci è toccato in sorte di vivere, e persone che vivono a mezza via fra le loro fantasticherie ereditate dal tempo che fu e le smanie politiciste che le illudono di poter approfittare della crisi per saldare i vecchi conti. Bisogna che i primi facciano blocco, a prescindere dalle vecchie collocazioni,  per sconfiggere i secondi.

In tutte le grandi transizioni funziona così.