Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Portogallo: fine di un piano di salvataggio

Goffredo Adinolfi * - 17.05.2014
Lisbona

Fare bilanci quando si è nell’imminenza di una tornata elettorale tanto importante quanto è quella del prossimo 25 maggio è questione alquanto complicata. Eppure, proprio perché le elezioni europee si approssimano e dopo tre anni giunge alla fine il piano di salvataggio del Portogallo, è necessario cercare comunque di individuare qualche punto fermo al di là di un clima che appare improntato a eccessivo ottimismo.

Il Memorandum stabilito tra il governo di Lisbona e la Troika aveva come obiettivo principale quello di rendere più solide le finanze pubbliche. Tre sono gli elementi che meritano di essere sottolineati. Primo: la spesa è stata notevolmente ridotta, nel 2010 era di 89 miliardi e ora è 80, ma il dato del  2010 non fa testo, perché è diretta conseguenza delle politiche keynesiane adottate dall’allora Partido Socialista per fare fronte alla crisi scatenatasi a partire dal 2007. Se facciamo un passo indietro e prendiamo il dato del 2008, la spesa dello stato era di 77 miliardi, cioè 11 miliardi in meno rispetto al 2010 e tre in meno rispetto al 2013. Secondo elemento: il debito pubblico. Nel 2010 il rapporto debito pubblico /Pil era intorno al 100%, ora è salito al 130%. Terzo elemento, connesso con il secondo, riguarda la spesa con i tassi di interesse. Nel 2010 l’ammontare del debito costava circa 5 miliardi, nel 2013 il costo è salito a 7.

Le mete di deficit sono state raggiunte grazie ad un consistente taglio allo stato sociale e con un “brutale aumento dell’imposizione”, come disse l’allora ministro delle Finanze Vitor Gaspar, che ha riguardato sia le aliquote dell’Irs (imposta diretta sul reddito) che quelle dell’Iva. Sebbene il governo abbia sempre ribadito che le misure promulgate per ridurre il deficit di bilancio siano state improntate ad un principio  di giustizia ed equità sociale, dal 2012 la sperequazione della ricchezza, già tra le più alte in Europa, è ritornata a crescere.

Questi i dati del “successo” portoghese: meno stato sociale, più debito pubblico e maggiore spesa per i tassi di interesse sul debito. Una radiografia che mostra molto bene come in realtà i problemi che hanno portato ad un diretto intervento finanziario della Troika siano ancora tutti pressoché presenti. Certo il Pil negli ultimi trimestri è tornato a crescere, così come la produzione industriale e l’occupazione, ma difficilmente i livelli di vita medi della popolazione torneranno a essere quelli che hanno caratterizzato il decennio 1995-2005: i tagli alla salute, alle pensioni, ai salari e, soprattutto, all’istruzione sono da considerarsi in grande parte come definitivi. 

Suscita inoltre qualche perplessità la decisione del governo di rifiutarsi di accettare un piano cautelare che accompagni il ritorno alla libera navigazione nei mercati. Certo da un punto di vista dell’immagine è un successo importante, ma a che prezzo?  Il vice primo ministro Paulo Portas è raggiante, perché dopo un ciclo durato 3 anni il paese recupererà la sua piena sovranità. Sovranità? Piena? Neanche stessimo parlando della restaurazione del 1640 quando, in seguito ad un colpo di stato la corona fu riportata da Madrid a Lisbona, perché in realtà parlare di sovranità nazionale nel ventunesimo secolo, e per un paese che vive all’interno dell’unione monetaria, non ha molto senso. L’insieme delle costrizioni internazionali sulla finanza pubblica rimangono sostanzialmente inalterate. Rimane il controllo della Troika, rimangono le restrizioni imposte dai trattati firmati in questi anni, da quelli di Maastricht al fiscal compact. Paradossalmente, però, il paese non potrà approfittare dell’unico vantaggio che potrebbe offrire un programma cautelare: un  secondo prestito a tasso calmierato.

Ma non c’è solo il problema di come debba essere (ri)finanziato il debito, ma anche quello ben più complesso della sua sostenibilità. Preoccupazioni, queste, condivise da un gruppo di 70 intellettuali provenienti da tutti i quadranti politici, dalla destra alla sinistra, tra cui 5 ex ministri delle finanze, che hanno firmato una petizione per chiedere una più o meno parziale ristrutturazione del debito stesso: prolungamento delle scadenze, taglio nei tassi di interesse e, eventualmente, un taglio nel suo ammontare complessivo.

A fronte di un contesto sociale molto precario, e contrariamente a quanto sta succedendo ad esempio in Italia e Grecia, il sistema politico/partitico è rimasto stabile. Alcuni dei cambiamenti che sembravano potere sconvolgere nelle sue fondamenta il paese si sono rivelati molto effimeri. Quest’ultimo triennio era infatti iniziato con il movimento della geração a rasca (generazione persa), gli indignati portoghesi che avevano importato per primi i paradigmi di protesta della primavera araba sul continente europeo. In molti avevano dato per certo che il tradizionale equilibrio basato sui partiti, delegittimati dalla crisi economica, fosse oramai giunto al tramonto. Oggi il movimento degli indignati ha perso mordente, probabilmente perché rimasto prigioniero del suo  principale e imprescindibile dogma: quello di rifiutare qualsiasi forma di organizzazione. Certo la sfiducia nei confronti delle istituzioni della democrazia rappresentativa ha raggiunto livelli storici, l’astensione è in crescita (alle elezioni politiche del 2011 ha votato appena il 58% degli aventi diritto),  ma, al momento, non sembrano affacciarsi sfidanti  in grado di impensierire uno status quo che, sostanzialmente, si riproduce uguale dal 1976.

Per quanto il governo guidato da Pedro Passos Coelho possa avere preso decisioni molto controverse e, nonostante notevoli ristrutturazioni interne all’esecutivo, non è stato tuttavia necessario formare una grande coalizione con l’opposizione. Le riforme sono state implementate e, solo in alcuni casi,  il tribunale costituzionale ha bocciato quei provvedimenti giudicati non congruenti con i dettami della carta fondamentale.

Così, alle prossime elezioni europee i due partiti che hanno guidato il paese in questi ultimi anni, il Partido Social Democrata (Psd), e il Centro Democratico e Social / Partitdo Popular (Cds-Pp), entrambi di centro-destra, andranno incontro a una sconfitta dignitosa, perdendo molti voti, ma evitando comunque il collasso.

* Centro de Investigação e Estudos de Sociologia – CIES

Instituto Universitário de Lisboa - IUL