Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
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Populismo sovranista

Paolo Pombeni - 21.07.2018
Stefano Feltri Populismo sovrano

Stefano Feltri ha scritto per Einaudi un libro assai stimolante: Populismo sovrano (pp. 140, € 12,00). Il tema è centrale di questi tempi e l’autore propone una analisi interessante da molti punti di vista: perché è argomentata e non cede a nessun tipo di sensazionalismo; perché prende per le corna quel toro molto aggressivo, ma altrettanto cangiante nell’aspetto che è il populismo.

 Il tema di fondo è quello centrale del costituzionalismo liberal-democratico: dove risiede il potere sovrano e come lo si può gestire. E’ chiaro che da un certo punto di vista abbiamo presente il cuore stesso del mito fondativo del costituzionalismo moderno: il sovrano non è più una “persona”, ma una “istituzione”, per dirla con una battuta non più il monarca, ma lo stato e infine la legge. Ma se questo è il punto di partenza la faccenda si è complicata da tempo, perché ad essere sovrano non è più la legge o lo stato, entità troppo “astratte” per rientrare nei canoni della democrazia, bensì “il popolo”.

Quel passaggio ha radici antiche, risale alle grandi Rivoluzioni, quella inglese di fine XVII secolo, poi quella americana con il “we the people” della dichiarazione di indipendenza, e infine quella francese. Da quel momento in avanti la possibilità di attaccare la sovranità risiedente nelle istituzioni in nome di quel popolo che ne è dichiarato il titolare effettivo diventa una opzione sempre  disposizione. Ed è “in nome del popolo sovrano” che cercano di contro-legittimarsi tutte le opposizioni ai poteri costituiti, ma anche tutte le dittature di vario genere che sono sorte come risultato di quelle opposizioni.

Stefano Feltri prende le mosse da lontano, ma si concentra subito su un fenomeno molto recente, cioè la rincorsa del populismo ad inserire nell’armamentario retorico in nome del quale proclama la sua legittimità a sostituirsi alle elite dirigenti una declinazione specifica della tradizionale accusa a loro di “tradire la volontà popolare”: l’accusa di avere ceduto la sovranità che appartiene al popolo ad entità completamente esterne ed estranee ad esso.

E’ molto interessante la ricostruzione che viene fatta di questa dinamica molto tipica dell’età contemporanea, perché solo in essa c’è l’incubo della cosiddetta “cessione di sovranità”. A voler allargare di molto lo sguardo si potrebbe ricordare che qualcosa di simile è avvenuto nel Medioevo con le lotte fra papato ed impero, ma qui più che di cessione di sovranità si trattava di stabilire gerarchie di sovranità e alla fine la questione venne risolta separando le due forme di sovranità, quella spirituale e quella temporale.

Nei tempi attuali la faccenda è più complicata per due aspetti. Il primo è che di nuovo si pone in senso lato la questione della radice dei poteri superiori a cui dovrebbe in un certo senso arrendersi la sovranità dello stato. Siccome non può più essere quella morale di una religione rivelata, è stata laicizzata nella rappresentatività di una morale superiore che tale è perché, in teoria, non piegata ad “interessi” come è quella degli stati-nazione. Faccenda complicatissima, perché si va dall’ONU alla UE, ma ci sono anche i tribunali internazionali, le agenzie internazionali di tutela di questo o quell’ambito, ecc. Il secondo aspetto riguarda le modalità di affermazione dell’eventuale superiorità di questi enti, che non potendo più derivare da una “fede” di qualche genere ed essendo periglioso metterla in termini culturali, finisce per essere affidata alla stessa sorgente che vuole limitare. Come Feltri mette benissimo in luce, le cessioni di sovranità sono frutto di atti di sovranità di coloro che le operano, perché derivano vuoi dalla sottoscrizione di patti, vuoi dalla ricezioni di certi limiti o superiorità da parte di organismi che rappresentano delle sovranità popolari (parlamenti, governi, leggi).

Tuttavia nella retorica dei populisti questi atti che in un tempo non troppo lontano vennero riconosciuti come atti di progresso (nei primi decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale) diventano ora la spiegazione dei mali di cui sempre il popolo soffre nella crisi presente: non si fosse ceduta sovranità, si avrebbero ancora gli strumenti per fronteggiare la crisi presente con risultati positivi (vedi la querelle sull’euro, per esempio). E’ un meccanismo psicologico elementare come sono molti di quelli di cui si nutre il populismo: nell’ottica del ciascuno per sé e Dio per tutti ci si illude ci siano maggiori chance di cavarsela se non si è limitati dalla palla al piede della solidarietà.

Naturalmente si tratta di illusioni, come l’autore mette in luce soprattutto nell’ultimo e molto interessante capitolo sulla fondazione della sovranità popolare nel nostro quadro costituzionale e ancor più nelle conclusioni. E’ molto bello in conclusione il ripescaggio di una specie di parabola di Stefan Zweig che vede nel fallimento della mitica torre di Babele la chiave interpretativa del fallimento di un’umanità in cui il solidarismo nella costruzione di un’opera comune (la torre) viene distrutto dall’insorgere delle brame “sovraniste” fra i cooperatori all’opera, ciascuno dei quali in definitiva non riesce più a comunicare con gli altri chiuso com’è nel suo ego (perché il sovranismo alla fine genera sempre la sua interminabile suddivisione sino al riconoscimento del potere sovrano non tanto nel popolo quanto in ogni singolo popolano).

Un libro davvero interessante di questi tempi che ci auguriamo possa svolgere quella funzione di educazione civile che è indispensabile per ridare a nozioni come popolo e sovranità quelle valenze positive di cui sono state private dalla loro trivializzazione.