Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Perché è successo qui

Luca Tentoni - 10.11.2018
Molinari - Perché è successo qui

Su Mentepolitica ci occupiamo spesso del voto del 4 marzo scorso e del "caso italiano", inserito in un contesto internazionale che vede la crescita e lo sviluppo dei partiti antiestablishment. Ci siamo avvalsi - e lo faremo in futuro - di studi politologici e di saggi scritti da accademici. Questa volta scegliamo un altro punto d'osservazione, quello di Maurizio Molinari, direttore della "Stampa" e per quindici anni corrispondente dai principali paesi occidentali. Il suo viaggio all'origine del populismo italiano ("Perché è successo qui", La Nave di Teseo) potrebbe essere un vademecum per un pubblico di lettori stranieri, perché spiega alcuni aspetti del nostro Paese in modo comprensibile anche per chi non ha vissuto direttamente l'evoluzione politica, economica e sociale italiana, ma è utile anche e soprattutto per noi, per lo stile asciutto e la concretezza delle affermazioni che l'autore fa, supportate da dati e fatti. I suoi sono dodici "percorsi nell'identità nazionale" per cogliere gli aspetti meno conosciuti e più sorprendenti del paese in cui viviamo. A questi si aggiunge l'analisi di come i partiti populisti hanno utilizzato "cinque tabù della politica italiana: il timore dell'Islam, la competizione economica con i migranti, la paura di perdere l'identità nazionale, l'insofferenza per l'Europa come insieme di regole e il fascino di leader autoritari come Vladimir Putin". Da un lato, il libro di Molinari ci fa comprendere come certi fattori della vittoria populista siano stati ineluttabili; da un altro lato, però, spiega come le forze tradizionali - in particolare il centrosinistra - siano state incapaci di dare risposte alla "galassia del disagio" e alle diseguaglianze provocate dalla crisi economica dell'ultimo decennio. L'autore, inoltre, guarda in prospettiva (auspica, ad esempio, l'arrivo di una donna alla presidenza del Consiglio: un altro tabù italiano), come vedremo in seguito. La tesi di Molinari è che le diseguaglianze, la corruzione, la miopia dei partiti tradizionali che non hanno visto arrivare l'ondata del disagio, le istituzioni europee lente nel reagire "col risultato di apparire lontane dai cittadini, incapaci di occuparsi dei loro bisogni" siano alla base del successo populista: "partiti e leader sovranisti sono anzitutto coloro che promettono sicurezza agli elettori, adoperando un linguaggio e sposando una narrativa che ha al centro la necessità di difendere i cittadini su più fronti: garantendo redditi contro le diseguaglianze, costruendo barriere contro i migranti, perseguendo i corrotti. Il focus è sui nemici da sconfiggere: dalle élite che opprimono ai migranti che invadono, fino alla globalizzazione che polverizza il lavoro". Non solo: "l'altro aspetto del sovranismo è l'idea che un leader debba essere forte, determinato, energico e dunque assai più credibile delle istituzioni della democrazia rappresentativa". Il tutto, avvalendosi di strumenti comunicativi utilizzati con una vis polemica spesso oltre i limiti: "nel complesso, durante la campagna elettorale del 4 marzo, secondo uno studio realizzato da Amnesty International, vi sono state sui social network - a cominciare da Facebook e Twitter - 787 segnalazioni di post con contenuti ispirati all'odio; il barometro dell'odio identifica in particolare un arco di tempo di 23 giorni durante i quali i messaggi razzisti o xenofobi sono diffusi al ritmo di uno ogni ora. Ciò che colpisce è l'origine: nel 43,5% dei casi si tratta di leader politici e nel 50 di candidati parlamentari, ovvero di rappresentanti di forze politiche, portatori di messaggi destinati alla collettività". La degenerazione del linguaggio è figlia della progressiva perdita di quella "memoria nazionale" che si era formata negli anni della Costituente e - più tardi - in quelli della lotta al terrorismo: "tale eredità collettiva, frutto delle scelte di milioni di cittadini viene spesso e volentieri aggredita con azioni e dichiarazioni volutamente estremiste". Questo registro comunicativo fa presa su un elettorato reso fragile dall'"impatto convergente di disegueglianze, migrazioni e corruzione" che ha generato "la rivolta del ceto medio, innescandosi su un tessuto sociale i cui diritti non sono sufficientemente protetti". La polemica sull'immigrazione, ad esempio, "è la genesi di una competizione al ribasso fra migranti affamati di ricchezza e ceto medio italiano impoverito che contiene il seme dell'intolleranza verso il prossimo". Per Molinari, "è nella sovrapposizione fra i due fenomeni la miscela che porta sostegno e voti a quelle forze politiche secondo le quali i migranti costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale; si spiega così anche il diverso approccio alle differenti categorie di migranti: a incutere paura sono quelli economici, in cerca di lavoro, più dei richiedenti asilo, in fuga da guerra e violenze di ogni genere". Il voto del 4 marzo, insomma, è stata la rivincita dei "disagiati, che si sentono tali perché la globalizzazione - anziché premiarli - li ha travolti, polverizzando redditi, consumi e speranze. Le disegueglianze in Italia hanno volti e identità geograficamente diversi: al Sud gli abitanti attribuiscono disoccupazione e povertà a corruzione, mafia e sfruttamento, mentre al Nord il nemico è rappresentato da tasse oppressive, burocrazia asfissiante, servizi inadeguati". Nonostante i segnali sempre più forti che arrivano dall'elettorato, già dal 2013 ma in modo più marcato dal 2016, "il potere politico non comprende il messaggio recapitato dai cittadini; è come se i palazzi romani e le periferie disagiate vivessero in tempi storici diversi. Il centrosinistra di Renzi e il suo avversario Berlusconi interpretano il ritorno della crescita economica come un riscatto rispetto alla recente doppia recessione, sentono di uscire dal tunnel e adoperano una narrativa che ha accenti positivi. Per il popolo dei disagiati tutto ciò è lontano, incomprensibile, grottesco, perché povertà, disoccupazione e diseguaglianze sono entrate nelle viscere del paese, indeboliscono anche chi ha redditi, lavori stabili e proprietà". È lo stesso errore fatto negli USA nel 2016: "la trappola in cui cadono i democratici di Hillary Clinton, in occasione delle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump: la fotografia economica del paese si basa sul PIL, ma non riesce a cogliere l'entità dello scontento - che non coincide più solo con i redditi bassi - spianando la strada a chi riesce ad intercettarlo con una narrativa che trasmette ciò che chiedono i dimenticati, ovvero protezione". Intanto, la Germania promuove una politica europea che privilegia l'unione economica (dunque l'armonizzazione dei bilanci e il rigore) rispetto a quella federalista: "se il rigore fiscale porta competitività e il trattato di Dublino è una risposta ai migranti, il fronte euroscettico afferma l'opposto, così da guadagnare terreno e sostegno in più paesi, giovandosi del malessere crescente". Di qui la perdita di fiducia nelle istituzioni europee ma anche in quelle nazionali. Invertire la tendenza, dunque, è molto difficile, "poiché le attese e i bisogni del ceto medio indebolito sono molto alti e la perduranza di queste ferite nazionali è destinata a spingere famiglie e singoli verso posizioni sempre più estreme. Chi ritiene che il populismo italiano" - afferma Molinari - "possa essere un fattore passeggero incorre nel grave errore di sottovalutare l'impatto che le diseguaglianze hanno su una moltitudine di cittadini; è lo stesso errore compiuto dai partiti centristi nell'ultimo quarto di secolo". Resta, tuttavia, una speranza: "una ricetta di giustizia economica, in grado di far coincidere crescita della prosperità, welfare e giustizia sociale. C'è bisogno di grandi risorse: intellettuali nella progettazione, politiche nella legiferazione, economiche nella realizzazione. Non è un cammino facile né rapido, ma è una scommessa che, una volta vinta, può accrescere il rispetto dei diritti di ogni cittadino a prosperità, sicurezza e trasparenza - rafforzando lo stato di diritto nel nostro paese e contribuendo a rendere più sicura l'Europa e più prospero l'Occidente".