Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Silenzi e bugie. Perché gli italiani non amano la loro università

Marco Mondini * - 08.05.2014
La Sapienza

Una delle letture più deprimenti che un lettore mediamente colto di quotidiani possa sostenere è rappresentata dagli interventi degli editorialisti sui problemi di università e ricerca. Se poi si vuole transitare dalla tristezza al disgusto, ci si può anche aggiungere un tour nella pagina dei commenti on line, quinta di scena dell’analfabetismo nazionale. E’ un atto indubbiamente masochistico, ma può essere istruttivo per conoscere l’abisso che separa la cosiddetta «opinione pubblica» (e molti dei cosiddetti opinion makers più in voga) dal mondo dell’alta cultura.

In effetti, l’ignoranza degli italiani sul tema non dovrebbe sorprendere. Quando un noto e ascoltato commentatore può sostenere che in Italia esistono «oltre cento università» (F. Giavazzi, Corriere della Sera, 6 novembre 2010), in cui insegnano «troppi professori» (Idem, Corriere della Sera, 24 ottobre 2010) e da cui escono troppi laureati (Idem, Lavoce.info, 28 novembre 2012) e, dopo aver prodotto questo rilevante cumulo di inesattezze, può continuare a intervenire da «esperto» sulla questione, è evidente che c’è un problema a monte, ed è di corretta informazione. Con un minimo sforzo, un giornalista che si interessi al problema potrebbe utilmente ricavare da molte fonti istituzionali che le università statali in Italia sono una sessantina (più sei scuole superiori universitarie) a cui si affiancano 26 atenei privati. Se ripartissimo uniformemente l’insieme degli istituti di istruzione e ricerca universitari sull’intera popolazione, otterremmo che ogni milione di italiani ha a disposizione più o meno un’università e mezza (1,6): sono 2,3 nel Regno Unito, 3,9 in Germania e 8,4 in Francia, dove solo gli atenei statali sono 83, più le eccellenti Grandes Ecoles. Nella nostra rete universitaria si formano troppi laureati? Se intendiamo che aver concesso il già prestigioso titolo di dottore ai diplomati delle lauree triennali è un bizantinismo inutile, forse è così. Se significa che in Italia esistono troppi adulti dotati di un titolo superiore, non è così. Il XVI rapporto Almalaurea (2014) certifica che il livello di istruzione degli italiani è ancora nettamente più basso di quello della media dei paesi avanzati. La quota di popolazione adulta in possesso di un certificato di “terzo livello” (tertiary education), equivalente alle nostre lauree, è ferma al 20% e forse si raggiungerà il 27% entro il 2020, laddove l’obiettivo comune dell’Unione Europea è al 40%, sensibilmente inferiore agli attuali livelli di formazione superiore francesi (43%) o britannici (47%).

Certo, ma studiare non serve a niente; è tutta inutile teoria, l’importante è la pratica, il fare. O, perlomeno, così vuole uno degli slogan più tipici della retorica sull’ignoranza al potere che ha caratterizzato il discorso pubblico dell’ultimo ventennio (e forse anche oggi). Il disprezzo del sapere e l’irrisione dello studio sono un’eredità significativa dei soggetti dominanti della politiche governative, come Forza Italia e la Lega, non casualmente più vicini ad elettori tendenzialmente poco acculturati, occupati soprattutto nel settore privato. I dati Eurostat  2012 segnalano che, sull’insieme dei professionisti qualificati a livello di quadro e dirigente (manager) nell’impiego privato, la quota dei laureati italiani era del 24,5%, contro una media dell’Europa a 27 del 54%. Peccato che l’ignoranza e la pratica non paghino nel mercato del lavoro moderno. Negli anni a cavallo della grande crisi (tra 2007 e 2013), il possesso di una formazione superiore ha fatto la differenza, anche per gli italiani. Tutti sanno (se non altro perché telegiornali e quotidiani lo ripetono alla nausea) che il tasso di disoccupazione ufficiale media è ancora in crescita oltre il 12% (dato 2013) e che è catastrofico per i giovani, ma pochi sottolineano che esso si è sviluppato in modo diseguale a seconda del titolo di studio: per i neolaureati (tra i 25 e i 34 anni) il tasso di disoccupazione è passato dal 10% al 16%, per i neodiplomati (18-29 anni) dal 13% al 28% e per coloro in possesso solo di una licenza media dal 22% al 45% (Fonte: Almalaurea su dati Istat).

La divulgazione di questi dati, o almeno di parte di essi, dovrebbe essere interesse della stampa nazionale, ma così non pare. Durante l’ultimo capitolo della decennale saga dei tagli al bilancio del Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (una pratica tanto comune per i governi degli ultimi anni quanto impensabile per tutti gli altri esecutivi europei), ciò che ha stupito di più è stato l’assordante silenzio dei media. Alcuni quotidiani esplicitamente filogovernativi, come “La Stampa”, hanno impostato una strategia comunicativa a dir poco disonesta, tacendo tutto ciò che si poteva tacere, altri, come “Repubblica”, hanno rotto un imbarazzato silenzio cercando di essere minimamente coerenti con le crociate (sacrosante) condotte contro la stessa politica ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi. Il risultato è che, oggi come qualche anno fa, il sistema dell’insegnamento universitario e della ricerca è sotto un attacco mediatico concentrico: viene offerto in pasto ad un elettorato mediamente ignorante come capro espiatorio dell’invidia sociale, additato ad esempio (da cancellare) di inefficienza, mediocrità e clientelismo. E l’aspetto più irritante è che inefficienza, mediocrità e clientelismo sono elementi che allignano nell’università italiana, ma certo non ovunque, non dappertutto allo stesso modo e, in termini ancora più rilevanti, non in modo omogeneo alle generazioni e al rango occupato. Come chiunque dotato di un minimo di spirito d’osservazione sa benissimo, non esiste un’università italiana, ma realtà estremamente differenziate: peccato che questo, alla cosiddetta opinione pubblica, non lo racconti nessuno.

 

* Ricercatore fondazione Bruno Kessler - Professore a contratto Università di Padova.