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20 aprile 2024
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Presidenzialismo: niente tabù, ma vari problemi

Paolo Pombeni - 08.05.2014
Napolitano e Renzi

Berlusconi sventola la bandiera del presidenzialismo per marcare una sua presenza sulla scena delle riforme, consapevole che si tratta di un tipo di una proposta che in Italia si scontra con vecchi tabù, ma ignaro dei non indifferenti problemi che quel sistema comporta. E’ dai tempi della Costituente che il tema viene agitato e cassato. Meuccio Ruini, il presidente della Commissione dei 75 che alla Costituente lavorò a redigere il progetto della Carta, lo disse chiaramente nel dibattito su quella proposta. Ribattendo a Vittorio Emanuele Orlando che aveva propugnato la causa di un presidente della repubblica eletto dal popolo, Ruini ammise: “Anch’io lo preferisco. Si ristabilirebbe un po’ di fronte al Parlamento, l’altro pilone del regime di Gabinetto”. Si aveva in mente allora l’esempio positivo del sistema politico degli USA. Dovette però subito aggiungere: “Vi è contro, lo ha detto un collega, lo spettro di Cesare, di Bonaparte, di Hitler, ed è una preoccupazione che in molti prevale su ogni altra”.

Per tanti versi siamo ancora lì, anche se forse oggi lo spettro della dittatura potrebbe essere ridimensionato. L’esperienza della Quinta Repubblica francese sembrava militare fino a qualche tempo fa a favore almeno del semipresidenzialismo, ma forse ora quell’esempio sembra meno attraente. Al tempo stesso il ruolo sempre più di “timoniere” che ha assunto la presidenza della Repubblica in conseguenza della crisi del sistema dei partiti richiederebbe una revisione delle competenze dell’inquilino del Quirinale, contro cui si scagliano fulmini da improvvisati costituzionalisti.

La maggiore criticità che pone una riforma in senso presidenzialista è data dall’eccessivo spirito di fazione che anima la politica italiana. Non che, ovviamente, i sistemi degli altri paesi siano popolati di angeli che si combattono scambiandosi cortesie: basta pensare all’asprezza ed ai colpi bassi delle campagne presidenziali americane. Tuttavia ci si chiede se nel nostro paese avrebbe potuto succedere qualcosa di simile a quanto accadde in Francia quando al ballottaggio nel maggio 2002 finirono Chirac e Le Pen e la sinistra per “dovere repubblicano” votò per il candidato conservatore contro l’estremista di destra.

In una situazione come quella nostra attuale non è peregrino il rischio che come presidente della Repubblica venga eletto a suffragio universale, magari per un soffio, un candidato “disinvolto” (concedeteci di fermarci a questo eufemismo). Naturalmente un presidente con investitura popolare diretta gode di un potere di arbitrato, se non addirittura di direzione sulla politica nazionale che non è poca cosa. Il sistema dei partiti ne verrebbe fortemente condizionato, non fosse altro che per la spinta in questo caso abbastanza bipolare che il sistema sconterebbe: inevitabilmente si formerebbero due blocchi per la vittoria di un candidato che non potrebbe essere eletto senza una maggioranza almeno del 50%+1 al primo turno, con eventuale ballottaggio se questa soglia non venisse raggiunta.

Non si sa come potremmo illuderci che una volta ottenuto il responso delle urne la consistente componente che non lo ha votato accettasse come legittimo presidente il vincitore della competizione. Per aggiungere problemi, ci può essere il fondato timore che un presidente “disinvolto” possa fare l’asso pigliatutto, poiché la capacità di contenerlo da parte degli altri organi costituzionali sarebbe quantomeno indebolita dalla sua investitura popolare.

Dunque meglio non farne nulla? Anche questa soluzione è troppo semplicistica. L’evoluzione subita dal ruolo del presidente della repubblica è di quelle che non fanno pensare si possa tornare a quel ruolo “notarile” che per la verità nella storia dell’Italia repubblicana ebbe il solo Einaudi. Bisognerebbe di conseguenza trovare una via intermedia, almeno per una certa fase, fra l’elezione diretta del Capo dello Stato e le attuali modalità della sua nomina, che fra il resto verrebbero comunque mutate, e non di poco, a seguito della riforma del Senato a cui si sta mettendo mano.

Una elezione che rimanesse di secondo grado come è quella attuale, ma con una platea elettorale molto più ampia, che coinvolgesse in maniera significativa accanto alla classe politica (oggi non particolarmente accreditata) espressioni rappresentative di molte istanze sociali potrebbe essere una soluzione interessante da studiare.

Certo non sarebbe facile trovare le modalità di individuazione di queste rappresentanze sociali, ma non è detto sia impossibile riuscirci, solo che si abbandonino le faziosità che avvelenano la politica attuale. Un presidente con forte legittimazione rappresentativa sarebbe una risorsa decisiva per moderare una fase di transizione assai tumultuosa come quella che stiamo vivendo e l’aver messo per il momento da parte le mitologie dello show-down elettorale diretto ci tutelerebbe dal rischio di gettare anche questa fondamentale magistratura repubblicana nelle mani del populismo.