Ultimo Aggiornamento:
13 ottobre 2018
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Passaggi difficili

Paolo Pombeni - 16.05.2018
Di Maio - Salvini

Mattarella sta usando troppa pazienza? Chi si pone questa domanda non conosca come funzionano i passaggi difficili della politica. Non si sa ancora in che senso si stia facendo la storia, come piace affermare a Di Maio, ma, pur senza troppa enfasi, indubbiamente ci sarà un giro di boa.

Vediamo il quadro. Innanzitutto ci si sta misurando con la possibilità di un significativo ricambio di classe politica. Può piacere o non piacere, ma al contrario di quel che accadde nel 1994 gli uomini e le donne che stanno cercando di mettere insieme una formula inedita di governo non vengono dalla classe politica che ha presenze al vertice non diciamo nella prima, ma nemmeno nella seconda repubblica. Eppure nel complesso è una compagine che ha raccolto un largo consenso popolare, erodendo a morte il consenso dei partiti-pilastro dell’ultimo ventennio.

Ciò significa che se questi nuovi soggetti non riusciranno a consolidare il loro ruolo è probabile che il loro crollo di credibilità crei un vuoto che genera sconquassi. E’ questa la vera preoccupazione di chi osserva con un minimo di freddezza la situazione dall’esterno, pur senza avere, nella maggioranza dei casi, simpatia per i nuovi venuti. Il ragionamento che si fa è più o meno questo: se riescono a sperimentarsi come forze di governo c’è almeno la speranza che per quella via si ridimensionino e si istituzionalizzino come è successo altre volte nella storia in passaggi simili. In caso contrario diventeranno schegge impazzite che continueranno ad avvelenare il confronto politico che inevitabilmente dovrà avere passaggi elettorali.

Dunque è necessario che un eventuale fallimento della scalata al potere di queste forze nuove derivi con tutta la chiarezza possibile dalla loro palese incapacità, in modo che sia possibile gestire il vuoto che ne deriverebbe evitando traumi difficili da riassorbire.

Ecco allora la pazienza certosina di Mattarella che sta già ottenendo il risultato di costringere i due autoproclamatisi vincitori a fare i conti con una realtà che è ben diversa dai funambolismi verbali dei talk show. Entrambi infatti hanno la necessità di mostrare che quanto hanno promesso può essere, almeno vagamente, realizzabile, ma si tratta di obiettivi in conflitto tra loro e spesso in contrasto con gli interessi dei rispettivi elettorati. Già comporre questo puzzle si sta rivelando arduo, ma non è neppure il punto più complicato.

Scoprono infatti che la favoletta del “noi discutiamo di temi e non di poltrone” è buona per la propaganda, ma non ha fondamento nella realtà. L’azione di governo è infatti un lavoro quotidiano complicato fatto di decisioni da prendere a fronte di eventi in continua evoluzione, di confronto con i dati delle compatibilità economiche, del rapporto con la rete di istituzioni nazionali e internazionali con cui ci si deve correlare in continuazione. In questo lavoro le persone sono essenziali e i programmi sono al più orientamenti generali (per non dire generici) di riferimento. Sono il presidente del consiglio e i ministri gli attori che danno corpo all’impresa. C’è dunque una questione di qualità dei prescelti, di loro credibilità sui vari tavoli in cui devono agire, ma al tempo stesso di tenuta del loro insieme. Di governi che sono andati al diavolo per l’ingestibilità dei rapporti fra i loro membri è piena la storia di questo paese.

Ecco perché è tanto difficile arrivare ad individuare il premier (che tale non è costituzionalmente, ma sempre più lo è per il ruolo che deve assumersi), che, di nuovo, può essere presentato come un “esecutore” solo a pro di un pubblico che del funzionamento del sistema politico si vorrebbe conoscesse solo le storielle che gli propinano nei cosiddetti salotti televisivi.

Il Quirinale invece conosce benissimo le asperità di queste scelte e di conseguenza richiama con garbo gli apprendisti stregoni a evitare di evocare spiriti che poi non saranno in grado di tenere sotto controllo. Fin quando ci riuscirà e a che prezzo? Questa è oggettivamente una incognita, ma il presidente della repubblica non può sottrarsi al suo dovere di garante della tenuta complessiva del sistema anche quando il lavoro è rischioso e impervio.

Le difficoltà sorgono in continuazione, perché i due gruppi che negoziano la nuova presa del potere cercano di sfuggire alle complessità della situazione con acrobazie varie. L’ultima è la trovata di sottoporre il cosiddetto contratto di governo al voto dei rispettivi militanti. In sé è una scopiazzatura di quanto avvenuto in Germania, senza però tenere conto che quel sistema costituzionale è diverso dal nostro in dettagli che sfuggono al grande pubblico, ma che pesano.

Da noi non si può avviare un governo senza dare un incarico ed inviarlo al parlamento, dopo di che resterebbe in carica anche se non ottenesse la fiducia. Ora che cosa si profilerebbe se un governo con presidente incaricato, con ministri già designati fosse bocciato dai militanti di M5S o di Lega o da entrambi? Di andare ad elezioni anticipate con un governo più che azzoppato, che non riuscirebbe a fare proprio nulla. In alternativa si dovrebbe prima far votare i militanti su “contratto” e accordo tra i partiti e solo dopo avviare eventualmente le procedure per l’incarico e la presentazione del governo alle Camere. Questo allungherebbe i tempi, ma pazienza se quell’accordo ottenesse il via libera, avendo ben presente che la questione di indicare premier e ministri potrebbe porsi solo dopo quel via libera, perché è competenza del presidente Mattarella e dunque la squadra di governo non può essere sottoposta al consenso dei militanti insieme con l’accordo.

Ma come si troverebbe il Quirinale nel caso di una bocciatura del “contratto”, magari sul filo delle percentuali? Come si governerebbe un parlamento con i leader dei due gruppi “vincitori” sconfessati dalla loro base? Dove si troverebbe un esecutivo “neutrale” in grado di gestire un passaggio pre-elettorale divenuto ancora più complicato? In che condizioni si porterebbe il paese di nuovo alle urne?

L’impressione è che si stai esagerando a scherzare col fuoco.