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28 gennaio 2023
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Parigi val bene un Primo Ministro

Riccardo Brizzi - 15.04.2014
François Hollande

Fare il Primo ministro della V Repubblica francese non è mai stato un mestiere semplice. Né tantomeno si tratta di un impiego stabile. Chiedere ai venti predecessori di Manuel Valls per avere conferma.  Si può essere sollevati dall'incarico perché il capo dello Stato ritiene conclusa una stagione politica, come accadde nel 1962 a Michel Debré, all'indomani dell'indipendenza algerina. O perché il presidente della Repubblica ha sciolto le camere in maniera maldestra, come fece Chirac nel 1997, chiudendo anzitempo l'esperienza governativa del suo braccio destro Juppé per ritrovarsi a coabitare con il socialista Jospin. Si può essere congedati perché il credito di cui si gode nell'opinione pubblica inizia a fare ombra all'Eliseo, come accadde a Pompidou, sostituito dopo gli eventi del maggio 1968 dal Generale de Gaulle, indispettito dall'autorevolezza acquisita in quel frangente dal Primo ministro. Il caso più frequente è tuttavia quello di fungere da capro espiatorio dopo una grave sconfitta elettorale.  Nella primavera del 1992 Edith Cresson fu sostituita (malvolentieri) da François Mitterrand in seguito a una disfatta socialista in elezioni locali. Allo stesso modo la bocciatura referendaria del trattato costituzionale europeo del 2005 aveva costretto Jacques Chirac a separarsi dal fedele Jean-Pierre Raffarin.

Ė a quest'ultima fattispecie che va ricondotta l'interruzione del mandato di Jean-Marc Ayrault decisa da François Hollande all'indomani del recente tracollo socialista alle municipali. Una batosta senza precedenti nei cinquantasei anni di vita della V Repubblica. Una Caporetto elettorale per il PS, che ha perso 155 città con più di 9.000 abitanti (tra cui Amiens, Angers, Caen, Reims, Saint-Etienne, Tolosa, Tours e persino Limoges, dopo un secolo di amministrazioni di sinistra), compresi molti bastioni che costituivano le piazzeforti del socialismo municipale costruito pazientemente a partire dalla fine degli anni Novanta proprio sotto la leadership dell'attuale capo dello Stato.

Di fronte a questo verdetto senza appello Hollande non ha potuto far altro che annunciare le dimissioni di Ayrault, durante un'allocuzione televisiva resa ancora più solenne dal «Vi ho capito» di memoria gollista. L'ex sindaco di Nantes, che nei due anni di mandato ha obbedito con devozione alle direttive del presidente della Repubblica, ha finito per pagare due debolezze di fondo: da un lato l'assenza di carisma e di talento comunicativo, dall'altro la scarsa autorità su una squadra governativa che ha proceduto troppo spesso in ordine sparso. Ammettendo di fronte alle telecamere l'«eccessiva lentezza» dell'azione governativa, il presidente ha deciso di affidarsi al più rapido, impaziente e comunicativo tra i membri del governo uscente, Manuel Valls.

Il nuovo Primo ministro porta in dote a Hollande una buona dose di autorevolezza e popolarità: certamente manna dal cielo per un capo dello Stato vittima di una disastrosa crisi di consensi (impietoso il gap registrato dall'inchiesta mensile dell'Ifop pubblicata sul «Journal du dimanche» domenica 13 aprile: 58% di popolarità per Valls contro il 18% di Hollande), ma contemporaneamente una manifesta ammissione di debolezza presidenziale. Due sono i nodi attorno ai quali si deciderà il successo dell'operazione. Il primo è «politico» e attiene alla realizzazione del patto di responsabilità, volto alla riduzione di 50 miliardi di euro di spesa pubblica, congiuntamente al quale la Francia si appresta a chiedere a Bruxelles un nuovo ammorbidimento del calendario di riduzione del deficit pubblico. Il secondo è di natura istituzionale e punta al ripristino della legge «sacra» della V Repubblica,  fondata sulla rigida distinzione di ruoli tra un capo dello Stato incaricato dell’«essenziale» e un Primo ministro a cui è affidata la gestione ordinaria dell'agenda politica. Nel corso dei primi due anni di mandato Hollande ha ampiamente oltrepassato tale recinto, occupandosi di dossier sempre più numerosi e confinando Ayrault al rango di semplice collaboratore. L’usura dell’immagine presidenziale è frutto della sua eccessiva esposizione. Minacciato, come era capitato a Chirac, dall'avanzata del Front National, Hollande si trova obbligato a prendere le distanze dalle contingenze dell'arena politica. Mentre Valls si occuperà dell'attuazione del patto di responsabilità e della tenuta della maggioranza (l'astensione di undici deputati socialisti in occasione del voto di fiducia di mercoledì scorso è un segnale d'allarme), a Hollande toccherà innanzitutto restaurare la sacralità della funzione presidenziale, restituendo fiducia a un paese vittima di un profondo disincanto democratico.

All'indomani della vittoria del 2012 Hollande aveva optato per la scelta più «comoda», quella di un fedelissimo come Ayrault, che ha tollerato il rapporto di stretta subordinazione con l'Eliseo senza rivendicare autonomia. L'impopolarità crescente e il tracollo elettorale in occasione delle municipali hanno obbligato il presidente a una soluzione decisamente più rischiosa, con un coinquilino che si annuncia più dinamico, meno paziente e decisamente più ingombrante del suo predecessore. Dal buon esito di questa scommessa non dipendono soltanto i destini francesi e la stabilità dell'assetto quintorepubblicano ma, in buona misura, anche quelli del progetto europeo.