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Oltre la concertazione?

Stefano Zan * - 06.05.2014
Tavolo della Concertazione

C’è un fatto che non può sfuggire all’attenzione. I famosi ottanta euro in più in busta paga dei redditi bassi (che, lo ricordo, corrispondono circa a due rinnovi contrattuali), la riduzione dell’IRAP, le norme sui contratti a termine, sono scelte che il governo ha fatto senza negoziare con nessuno. Eppure esse rispondono, in modo più o meno bilanciato, tanto agli interessi dei lavoratori quanto a quelli degli imprenditori. E’ qualcosa di nuovo, perché salta i tradizionali processi di intermediazione e concertazione con le “parti sociali”, ma è un tipo di manovra che ha probabilità di essere replicata.

Il governo, che non ha più bisogno di “tavoli” per sapere cosa vogliono le parti, si assume in proprio l’onere di soddisfare quelle richieste, ma modula risposte e tempistiche sulle sue necessità e/o possibilità. E’ un modello decisionale nuovo, atipico, che fino a quando sarà in grado di erogare benefici reali per gli uni e per gli altri difficilmente potrà davvero essere messo in crisi per ragioni di metodo, cioè per l’assenza dei rituali della concertazione.

Ovviamente viene attaccato perché marginalizza tutto un ruolo simbolico dei vertici delle associazioni di rappresentanza che nel corso dei decenni passati erano diventate una sorta di altra “camera politica”. Forti di quella che si presentava come una aggregazione sociale rilevante, le associazioni di categoria, sia sindacali classiche che imprenditoriali, potevano presumere di sostenere il governo in operazioni di intervento che avrebbero toccato qualche nervo sensibile di consenso, e anche negoziare per questo compensazioni a carico del bilancio pubblico che attutissero i costi delle varie operazioni. Oggi però crisi economica e vincoli europei impediscono di scaricare sullo Stato i costi della contrattazione fra le parti

L’ultimo tentativo fatto in quella direzione, il “patto fra produttori” concluso fra Confindustria e sindacati e presentato a Genova nell’autunno 2013 era un esempio interessante di accordo fra capitale e lavoro: peccato che prevedesse un costo di alcune decine di miliardi a totale carico del bilancio dello Stato, per cui non se ne è fatto nulla.

Certo oggi la concertazione stessa è un affare problematico, anche perché la “rappresentatività”  di molte organizzazioni di rappresentanza è ambigua . La moltiplicazione delle sigle sindacali è sotto gli occhi di tutti e la distinzione fra “sindacati di rappresentanza generale” e sindacati più o meno micro “corporativi” non è facile da trasformare in diverso peso al tavolo negoziale. Si tenga presente che gli stessi sindacati “storici” (CGIL, CISL, UIL) sono aggregazioni composite, con una preponderanza di iscritti che sono pensionati, seguiti dai dipendenti pubblici, e con scarsa capacità di attrarre le fasce giovani dei lavoratori.  Stesso discorso per il fronte imprenditoriale, dove Confindustria ha sia perso imprese importanti come Fiat, sia inglobato ampiamente il parastato (comprese le municipalizzate), ma non riesce a coinvolgere moltissime imprese che se ne stanno, per così dire, in disparte.

Aggiungiamo, anche nel caso della rappresentanza imprenditoriale, l’esistenza di numerose altre sigle: ABI, ANIA, Rete Imprese Italia, Alleanza delle Cooperative Italiane, per non citare che le più importanti. In questo universo il tradizionale rito della concertazione diventa sia l’attivazione di un nuovo “parlamentino” con tutti i meccanismi non necessariamente salubri che questo comporta, sia l’occasione per attivare la concorrenzialità delle diverse sigle fra loro al prezzo di accordi pateracchio, che per di più qualcuno degli invitati al tavolo denuncerà come  compromesso al ribasso con gioia dei populismi imperanti.

Eppure la crisi, probabilmente irreversibile, della concertazione non significa affatto la fine del sistema delle associazioni di rappresentanza degli interessi. Non è solo questione che queste svolgono consistenti funzioni di servizio e di assistenza ai loro consociati e talora anche di sussidiarietà nei confronti dei compiti dello Stato (si pensi ai Caf e ai Patronati, ma anche a tutte le funzioni di consulenza delle associazioni imprenditoriali), funzioni che sarebbero probabilmente assai più costose e meno capaci di capillarità se affidate al settore pubblico. Ma a livello di reale gestione delle relazioni industriali nei luoghi di lavoro, i tavoli negoziali servono ancora e si dimostrano spesso sedi di ragionevolezza (il discorso è completamente diverso per il pubblico impiego).  Il tema essenziale è che nell’articolazione democratica del consenso sono necessarie istanze per la omogeneizzazione, la razionalizzazione e infine l’esposizione pubblica delle domande sociali e delle istanze di partecipazione al governo.

Tutti questi sono obiettivi che si possono raggiungere senza la vecchia liturgia concertativa dei “tavoli” ai ministeri e a Palazzo Chigi. Un governo degno di questo nome e un parlamento che ragionino nell’interesse del paese e non delle varie lobby possono benissimo fare da soli la sintesi di quelle proposte e trasformarle in atti di intervento.

Quel che è certo è che tutte le organizzazioni della rappresentanza, istituzioni “vecchie” del nostro Paese, se vogliono mantenere un ruolo significativo sono chiamate a ripensare profondamente le loro strategie e i loro assetti organizzativi per interagire positivamente con governi che, per varie ragioni, non cercano e non cercheranno più la concertazione. In assenza di un sensibile “riposizionamento” tutte queste organizzazione rischiano un declino che altri paesi d’Europa hanno già conosciuto.

 

* Docente universitario di Teoria delle Organizzazioni