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L’erba del vicino è sempre più verde? La Slovenia in crisi

Diego D'Amelio * - 06.05.2014
Piazza del Congresso a Lubiana

Ieri il primo ministro sloveno Alenka Bratušek ha rassegnato le dimissioni. Poco più di un anno è passato da quando l’Europa si era trovata a un passo dal dettare a Lubiana misure anticrisi, che avrebbero dovuto evitare alla Slovenia il destino di Grecia, Cipro e Irlanda. Nel paese imperversavano la recessione, i fallimenti nel settore privato, l’aumento della disoccupazione e del deficit, l’esposizione creditizia delle banche (pari al 20% del pil). Fra 2012 e 2013, Bratušek e il suo predecessore Janez Janša – al governo per poco più di un anno a testa – sono così stati chiamati a una politica di contenimento della spesa e privatizzazioni. Annunci a parte, i risultati sono stati però piuttosto scarsi, davanti all’esplosione della bolla immobiliare, delle speculazioni finanziarie e delle clientele politiche, le cui premesse si trovano nel pur prudente e positivo processo di liberalizzazione del mercato, avviato nei ruggenti anni Novanta.

Oggi i dati macroeconomici sono in leggero miglioramento, ma sono lontani gli anni in cui la Slovenia veniva additata come esempio di vittoriosa transizione dal socialismo, coronata dal rapido ingresso nell’Unione europea e nella moneta unica. Fra i cittadini imperversa una cupa sfiducia e sembra essere definitivamente tramontata l’autorappresentazione di una comunità che, dopo essere stata la più ricca della Federazione e aver raggiunto l’indipendenza nel 1991, si era percepita e presentata come mitteleuropea più che balcanica, per ritrovarsi infine afflitta da intrecci fra politica e mercato, corruzione e giochi di potere.

La Slovenia viene da anni di maggioranze politiche deboli e litigiose. Il primo governo di un ex comunista, guidato dal 2008 dal socialdemocratico Borut Pahor, ha visito i suoi progetti di riforma bocciati da referendum popolari. L’esito è stato lo svuotamento del partito socialdemocratico a favore di Slovenia positiva, formazione creata in tutta fretta dal popolare sindaco di Lubiana Zoran Janković, per partecipare alle elezioni anticipate del 2011. Janković, ricco imprenditore dei supermercati, ha ottenuto la maggioranza relativa già al suo debutto: non è però stato in grado di costruire una coalizione di governo e l’esecutivo è stato affidato al centro-destra del leader del partito democratico Janša.

Già primo ministro dal 2004 al 2008, questi è tornato alla guida del paese, dopo aver accusato per anni la classe dirigente socialdemocratica di corruzione e continuità rispetto al sistema comunista. Janša è tuttavia caduto all’inizio del 2013, non tanto a causa delle pur veementi proteste sociali contro i suoi provvedimenti economici, bensì per le indagini su tangenti ricevute per influenzare una gara d’appalto riguardante forniture alle Forze armate. È di pochissimi giorni fa la discussa condanna in secondo grado, che non ha comunque intaccato nei sondaggi la prevista vittoria del centro-destra alle prossime europee.

Se Janša piange, Janković non ride. Nel 2012 il sindaco di Lubiana – “cuore a sinistra e portafogli a destra”, come ama dire di sé – è stato indagato riguardo alla costruzione dello stadio cittadino, per presunte tangenti versate alla sua famiglia: un clan industrioso, stando all’inchiesta parallela sull’acquisto di terreni agricoli, poi divenuti edificabili, comprati da società cipriote facenti capo ad un figlio del presidente del primo partito sloveno.

Crucci non mancano anche in casa socialdemocratica, dove vi è per esempio il caso di Zoran Thaler, eurodeputato ed ex ministro degli Esteri, filmato l’anno seguente da giornalisti inglesi, mentre accettava danaro da finti lobbisti: una bizzarra sentenza lo ha condannato a scontare in carcere i weekend dei prossimi due anni e mezzo.

In un paese in ginocchio per la crisi economica, con alti livelli di polemica politica e pesanti spaccature in merito alla lettura del suo passato, il problema più grosso appare oggi quello della questione morale e non tranquillizzano certo le dimissioni dei vertici della Commissione anticorruzione, in polemica con una classe dirigente non incline a fare pulizia.

Sono problemi con cui si sta misurando anche il Vaticano, dopo il crack finanziario emerso nel 2011 nella diocesi di Maribor, centomila anime in tutto: un buco da 800 milioni di euro, pari al 2% del pil. In ginocchio sono finite decine di migliaia di risparmiatori che, attraverso le acrobazie finanziarie di due holding della curia, avevano investito nel settore bancario, delle costruzioni, dell’energia e delle telecomunicazioni, con tanto di compartecipazione ad una pay tv a luci rosse. Lo scandalo è costato la cattedra agli arcivescovi di Maribor e Lubiana, dimessisi su pressione vaticana.

In questa tempesta, Bratušek è sembrata subito un capitano con pochi marinai fedeli, poco amato dalle forze della maggioranza e da esponenti del suo stesso partito. L’esecutivo – sostenuto da Slovenia positiva, socialdemocratici e formazioni minori – ha faticosamente continuato sull’austera linea Janša, fallendo peraltro il varo della sua unica iniziativa qualificante, cioè l’introduzione della tassazione sugli immobili. Venerdì 25 aprile è giunto il colpo di grazia, col ritorno alla guida di Slovenia positiva da parte di Janković, andato al congresso proprio contro Bratušek, per riprendersi il posto lasciato durante la prima fase dell’inchiesta a suo carico. Il rientro del discusso Janković – saldo sulla poltrona di sindaco ma intenzionato a ritentare il salto al governo – ha provocato la crisi dell’attuale esecutivo e l’ormai ex premier è a sua volta uscito da Slovenia positiva, portando con sé metà dei parlamentari del gruppo: fonderà probabilmente un nuovo partito. Gli analisti ritengono probabili elezioni anticipate entro l’autunno e uno scenario di pesante ingovernabilità.

Politici coinvolti in equivoci affari, manager prestati alla politica, uomini di governo e imprenditori indagati e condannati, una classe dirigente poco trasparente quando non corrotta: sono questi gli elementi che abbassano ai minimi storici la fiducia dell’opinione pubblica slovena nel giovane sistema democratico costruito dopo il comunismo.

 

 

                                                                      

* Ricercatore dell’Istituto storico italo-germanico (Fondazione Bruno Kessler)