Ultimo Aggiornamento:
22 settembre 2018
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Nostalgia della DC?

Michele Iscra * - 30.06.2018
Don Camillo e Peppone

C’è una strana nostalgia che gira almeno per certi ambienti dell’Italia: il rimpianto della DC. Non esattamente come partito cattolico, perché non sono più i tempi, bensì come partito che viene ricordato come capace di fare sintesi, di coltivare e trasmettere una qualche forma di identità nazionale capace in definitiva di parlare a tutti, anche agli avversari. E’ in parte il mito di don Camillo e Peppone, inventato da Guareschi, che appunto rappresentava un paese dove alla fine tutti, clericali e mangiapreti, quando erano parte del “popolo” si riconoscevano in una comune cultura di base in materia di moralità pubblica, di rapporti tra i sessi, di atteggiamento di fronte alle incognite del futuro.

Se qualcuno ha presente quelle storie, esse non a caso erano collocate in un “mondo piccolo”, di cui non facevano parte né i vescovi e i cardinali, né gli intellettuali che dirigevano il PCI al vertice e nelle città. Anzi i due protagonisti avevano alla fine problemi a rapportarsi con loro, capaci invece di trovare sentimenti comuni nella mitologia della Grande Guerra, in quella della Resistenza, ma nella versione popolare, e magari, di straforo, persino nella resa in segreto alle credenze degli uni e degli altri.

Oggi naturalmente nessuno pensa di rifarsi direttamente a quel “mondo piccolo”, non a caso espresso da una società a base contadina: troppa acqua è passata anche nel “grande fiume” così caro a Guareschi. C’è un certo rammarico, che pochi ammettono esplicitamente, per l’assenza ormai nel nostro paese di un collante capace di tenere a freno l’orgia di micro-corporativismi e di promuovere un sentimento di appartenenza ad un destino comune. Si vorrebbe sorgesse un partito in grado, come si ritiene fosse stata la DC, di diventare il perno, se non di una riconciliazione nazionale fra le varie fazioni politiche, dell’avvio di un processo di ricostruzione di un sentire comune.

Si può discutere sul piano propriamente storico se la DC sia davvero stata per virtù propria  in grado di compiere quella funzione salvifica o se non abbia goduto di circostanze storiche favorevoli che le hanno assegnato quel ruolo. Per rispondere bisognerebbe intanto ragionare sul fatto che si è trattato di qualcosa che da un lato è stato caratteristico della DC solo per una certa fase del quasi cinquantennio della sua presenza pubblica (dopo la metà degli anni Sessanta quel ruolo è andato progressivamente riducendosi fino ad annullarsi) e che dall’altro è stato possibile perché quel partito era inserito in un sistema di partiti che concorrevano anch’essi, chi con maggiore energia chi quasi trascinato a forza, ad alimentare almeno un certo livello di coesione nazionale.

Quel mondo è andato in frantumi e non si vede come si possano rimettere insieme i cocci. In verità chi guarda a quel passato che abbiamo cercato di schizzare, più che ad una restaurazione della DC pensa ad un ruolo di agenzia di ricostruzione della coesione sociale che si potrebbe affidare alla Chiesa Cattolica. Si ragiona sul fatto che, per quanto molto acciaccata e ridotta, la Chiesa ha ancora una presenza sociale diffusa, ha proprie strutture culturali e associative, e inoltre, grazie al traino che le viene dalla popolarità del carisma del papa attuale, sta riguadagnando una certa audience.

Ciò che però non rende paragonabile la situazione di oggi a quella della età dell’oro del cattolicesimo politico è l’avvenuta dispersione del senso di un legame forte fra l’appartenenza ad una comunità ecclesiale e un certo dovere di presenza nella costruzione del tessuto politico e civile. Le indagini demoscopiche, per quanto siano da prendere con le molle, rivelano che gli intervistati che dichiarano una certa pratica religiosa regolare si distribuiscono come scelta di voto fra tutti i partiti esistenti più o meno nelle stesse percentuali che ciascuna di queste formazioni ha a livello nazionale. La capacità di guida delle gerarchie ecclesiastiche non è particolarmente alta e la presenza di filiere cattoliche di formazione delle elite dirigenti è più che debole.

Dove si troverebbe dunque il motore per rimettere in funzione una dinamica aggregatrice che sfrutti le residue possibilità di animazione del mondo cattolico? Certo nessuno può negare che da quel mondo venga molto volontariato che si occupa di problemi dimenticati da una sfera pubblica sempre più dominata dalla promozione degli individualismi: dalla accoglienza e formazione dei bambini e ragazzi negli oratori, all’assistenza ai poveri, al sostegno a chi si trova nelle difficoltà del nostro vivere moderno (droghe, ludopatie, abbandoni familiari, ecc.). Si può però trasformare questo nel retroterra di un nuovo movimento politico in grado di competere in maniera efficiente da un lato coi populismi montanti e dall’altro con le cecità dei tradizionali gruppi dirigenti politici e intellettuali?

La domanda è centrale. Il problema vero, a nostro modesto giudizio, è che per provare almeno a lavorare in questa direzione ci vorrebbero un po’ di leader carismatici, ma di quelli veri, non semplici demagoghi camuffati. E di quelli, al momento, non se ne vedono in giro.

 

 

 

 

* Studioso di storia contemporanea