Ultimo Aggiornamento:
14 luglio 2018
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L'uguaglianza e la sinistra

Francesca Rigotti * - 30.06.2018
Harry Frankfurt

E' possibile che il crollo della sinistra, che si verifica un po' ovunque nei paesi della tarda modernità postindustriale, sia dovuto al venir meno dell'appeal del suo valore portante, l'uguaglianza? E se così fosse, occorre darsi da fare per resuscitarla e riproporla come principio costitutivo fondante e indispensabile della democrazia liberal-egualitaria? O avrebbe più senso cercare di ricompattare la sinistra indirizzandosi verso altri valori e quali?

Il fatto/problema è che la società degli uguali, dell'uguaglianza di diritto (e di fatto) nonché dell'uniformità sociale pare non attrarre più. Le si è sostituita, per motivi dovuti a  trasformazioni economiche e tecnologiche, una società di individui o meglio di enti singoli (non solo persone) le cui differenze vengono coltivate ad arte e quasi performate affinchè siano sempre più forti e marcate. All'idea del lavoro diviso tra sfruttatori e sfruttati, per es., si è sostituita la percezione del lavoro tout court, e accanto ad essa la prassi sociale della cura di sé, della performatività, dell'elaborazione – grazie alle tecnologie digitali – di profili tanto densi e complessi quanto unici e irrepetibili.

Oltre a ciò, un nuovo paradigma o modello non egualitarista occupa oggi un'area importante del pensiero politico. La filosofia politica della seconda metà del '900, con John Rawls, Ronald Dworkin e Amartya Sen, aveva concepito la giustizia in termini di eguaglianza: una società giusta doveva garantire equamente ai suoi membri una vita buona. L'alternativa all'egualitarismo liberale rawlsiano si presenta come l'umanesimo non egualitario di Harry Frankfurt, Michael Walzer e Martha C. Nussbaum, e gli esiti più recenti di Elisabeth Anderson e Angelika Krebs.  Esso non attribuisce più all'eguaglianza una posizione centrale, a causa della sua natura relazionale, considerata inadeguata. Ciò che importa, sostiene il paradigma dell'umanesimo non egualitario, è se gli uomini possono condurre una vita buona in assoluto, non la posizione della loro vita in relazione a quella di altri. Il fatto che alcuni uomini conducano una vita cattiva non deriva dal fatto che altri uomini conducano una vita migliore. Il male risiede nel fatto che una vita cattiva è una vita cattiva e basta. Lo stesso argomento vale per il rispetto, i diritti, la partecipazione eccetera: il fatto che una persona possieda queste cose o possa pretendere di averle non è un motivo perché altre le abbiano o pretendano di averle. La posizione non egualitaria riconosce ed esalta principi che richiedono diseguaglianza, come i principi di qualificazione, il principio di libertà di scambio e il principio del merito.

Nelle parole di uno dei più accaniti critici del principio di eguaglianza, Harry Frankfurt, una volta che sia garantito ad ognuno uno zoccolo di risorse minime, diritti, giustizia generale e solidarietà politica, le conquiste ulteriori si baseranno su impegno individuale, merito, sforzo interpretati come non relazionali bensì assoluti, indipendenti cioè da reddito, riconoscimento, risorse ecc. Nel caso dei diritti umani, per esempio, importante è la protezione degli stessi diritti garantita non dall'eguaglianza bensì esclusivamente dalla  comune  condizione di esseri umani. Nel dir così, peraltro, Frankfurt non tiene conto del fatto che i diritti umani o sono uguali per tutti o non sono, e che chi non vale come uguale non vale nemmeno come soggetto di diritti. La posizione non o antiegualitaria insomma si può riassumere nei seguenti due precetti: accontentati del sufficiente che hai,  primo, e  non essere invidioso di quel che non hai, secondo, all'interno di una concezione non relazionale bensì assoluta della giustizia, nella quale si perde il senso primario dell'eguaglianza.

 

 

 

 

* Filosofa e saggista, docente nell'Università della Svizzera italiana, Lugano.