Ultimo Aggiornamento:
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Microchimica del potere

Paolo Costa * - 07.02.2018
Caso Weinstein

Recentemente la discussione sul caso degli abusi sessuali nel mondo del cinema, della politica e, più in generale, del lavoro è stata rinfocolata dalla lettera sottoscritta, tra le altre, da Catherine Deneuve. Lo stile retorico polarizzante di questa presa di posizione pubblica ha riportato sotto i riflettori una polemica che aveva già reso le discussioni degli scorsi mesi non solo un dialogo tra sordi, ma anche un’acrimoniosa disputa tra idee opposte di civiltà. Come nel dibattito originario, anche in questo caso il fronte della diatriba si è gradualmente frastagliato in una maniera che ha reso spesso irriconoscibili gli schieramenti classici destra/sinistra, progressisti/conservatori, femminismo/maschilismo. Il tutto, comunque, sempre in un clima incandescente di sospetti e accuse reciproci.

Il nervosismo e la suscettibilità non stupiscono, vista la natura asimmetrica delle relazioni tra uomo e donna fin dalla notte dei tempi. Da un punto di vista morale, il compromesso in simili questioni di principio è fuori discussione. Il rispetto per la persona non può ammettere un gradiente e il criterio della tutela della dignità umana gode giustamente di uno status non negoziabile nelle nostre società. Premesso ciò, in questo articolo vorrei concentrarmi sul coté teorico della questione. In particolare mi interessa riflettere su una dissonanza cognitiva che credo molti abbiano sperimentato mentre discutevano o assistevano dagli spalti a discussioni su argomenti che mettono a dura prova alcune delle nostre intuizioni generali sull’esistenza. Ce ne sono in particolare due che si danno battaglia nella mente delle persone in questi casi. La prima suggerisce che le relazioni tra i sessi siano una faccenda tutto sommato chiara e che insistere sull’ambiguità significhi fare il gioco dei cattivi. «Tutti», proclama perentoriamente questa voce, «sono in grado di capire quando un atteggiamento è inopportuno, quando un approccio non è gradito e non ne fanno una tragedia». Dalla parte opposta, prevale invece la sensazione che qualcosa non quadri in questo ragionamento. Il dubbio prende spesso la forma di una domanda retorica: «Se tutto è davvero così chiaro nei desideri umani, come mai quando incappiamo in un messaggio del genere in una qualsiasi opera d’arte contemporanea, lo consideriamo come minimo ingenuo, se non addirittura dettato da falsa coscienza?».

Come stanno allora le cose? Che cosa bisogna sacrificare sull’altare della coerenza: la chiarezza o l’ambiguità? Per depotenziare questo aut aut e dare un senso meno impressionistico alle due intuizioni contrastanti vorrei provare a disegnare nel poco spazio che mi rimane un ritratto in miniatura delle relazioni umane come relazioni di potere. La speranza che guida il mio tentativo di ampliare la prospettiva è che esso possa aiutare a chiarire perché non è poi così illogico trovarsi in disaccordo con se stessi in simili circostanze. L’ipotesi da cui parto è che il senso di confusione derivi anzitutto dall’intrecciarsi di tre esperienze piuttosto familiari, che uno vorrebbe tenere separate ma che, sebbene siano distinguibili analiticamente, tendono a sfumare l’una nell’altra nella vita di tutti i giorni. Parlerei in proposito di un panorama eterogeneo di relazioni di potere che si dispongono secondo un gradiente ascendente di traumaticità, pur essendo tutte spiacevoli.

Il primo livello, il più innocuo, consiste in quello che chiamerei il campo asimmetrico dell’attrazione fisica. Lo conosciamo tutti. La vita sociale è un teatro di reciproca esibizione in cui domina la disuguaglianza. Alcuni hanno risorse infinite di carisma, altri ne hanno briciole e i primi possono esercitare anche solo passivamente un’influenza di cui gli altri sono più o meno sprovvisti. In un contesto del genere, gli attrattori sono potenti e gli attratti sono in balia del loro charme. E questo accade in ogni ambiente. Può essere il corridoio di una scuola media dove le ragazzine più carine si beffano dei loro goffi corteggiatori oppure la sala di un convegno in cui lo studioso americano che assomiglia a Ethan Hawke sfrutta senza remore il vantaggio che gli deriva dal desiderio mimetico di chi gli sta davanti. Chiamiamo questa scena primaria dell’esperienza umana del potere il piano del dominio soft del carisma.

Un secondo campo asimmetrico di influenza è quello in cui la disuguaglianza è determinata non dal potere passivo della bellezza, ma dal differente potere decisionale di cui dispongono i soggetti che interagiscono. Si tratta sempre di un potere immateriale, i cui effetti causali però sono più brutali. C’è chi ha il potere di cambiare con una decisione la vita degli altri e c’è chi di questo potere è privo. Un simile squilibrio è ovviamente destinato a creare una condizione di dipendenza psicologica che può essere vissuta da chi si trova in una situazione di inferiorità come una vera e propria forma di assoggettamento, di dominio arbitrario.

Il terzo campo asimmetrico di influenza costituisce una possibilità che incombe sempre sulle relazioni umane e che deriva dalla differenza di aggressività e forza fisica. L’efficacia nelle relazioni umane della minaccia del ricorso alla violenza (che può trasparire anche solo dal tono della voce senza arrivare fino alla vera e propria coercizione) va notoriamente ben al di là dei casi specifici perseguibili dalla legge e determina quella vasta area grigia delle relazioni sociali in cui la prepotenza continua a garantire alle persone più aggressive un vantaggio di posizione.

La mia impressione è che le discussioni seguite al caso Weinstein avrebbero guadagnato in chiarezza se si fossero avvalse di questa lente trifocale. Le relazioni umane in generale, e in particolare le relazioni tra persone di genere diverso, sono continuamente esposte a questi campi di influenza e potere, che molto spesso sfumano l’uno nell’altro e rendono terribilmente difficile gestire anche situazioni ordinarie. Riuscire a distinguere con precisione la natura del rapporto di potere in cui si è invischiati sarebbe cruciale sia quando ci si trova nella posizione difficile dei partecipanti sia quando ci si limita a osservare e giudicare. Mi sembra tuttavia irrealistico sperare di poter disporre di uno strumento infallibile per stabilire in ogni circostanza quale relazione di potere si stia materializzando tra le persone. Fatta eccezione per i casi eclatanti, che non dovrebbero essere oggetto di controversia in una società decente, il più delle volte ciò a cui si assiste è una lotta asimmetrica per le risorse, materiali e immateriali, in cui non è affatto chiaro cosa stia accadendo esattamente e solo a distanza di tempo uno riesce a farsi un’idea precisa della situazione, vergognandosi di sé o infuriandosi con l’altro.

Di fronte a una chimica umana così complessa, nemmeno il criterio apparentemente cristallino del consenso può bastare da solo per tracciare confini affidabili al cento per cento. È indispensabile prepararsi a conflitti, per così dire, non convenzionali. In questo senso, la principale lezione che le donne e gli uomini di buona volontà possono e dovrebbero trarre da vicende come quelle portate a galla dallo scandalo hollywoodiano è l’importanza di conoscere e vigilare sempre e comunque sul potere (proprio e altrui) che in maniera spesso subdola produce effetti tangibili, e più o meno reversibili, sulle relazioni tra le persone.

 

 

 

 

* Ricercatore del Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento