Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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Ma si può andare avanti così?

Paolo Pombeni - 13.07.2022
Conte e Draghi

Ormai è tutto un rincorrersi di messe in scena. Conte consegna a Draghi una richiesta di interventi che furbescamente ne contiene un certo numero su cui c’è già un sostanziale accordo del governo così potrà dire che si è cambiato su pressione di M5S. Subito Salvini si premura di non lasciar a loro il centro della scena e tuona che adesso la Lega voterà solo quello che è nell’interesse degli italiani, il che per logica farebbe intendere che prima votava anche cose che erano contro l’interesse degli italiani. Una scusa per cavalcare il populismo anti cannabis e anti ius scholae con la curiosa motivazione che quelle normative impedirebbero di affrontare il tema delle bollette: ora su quei provvedimenti si possono avere visioni contrastanti, ma che interferiscano con interventi economici sulla crisi è del tutto falso.

Poiché Conte e i suoi dovevano mostrare di far sul serio alla Camera hanno disertato l’aula per l’approvazione del decreto Aiuti che comunque è passato come previsto, subito Berlusconi non si è fatto sfuggire l’occasione per dire che si doveva prendere atto della crisi della larga maggioranza di semi-unità nazionale minacciando che l’avrebbe fatto FI se gli altri abbozzavano.

La sequela delle sceneggiate non si è esaurita, come minimo perché tutti attendono cosa faranno i Cinque Stelle al Senato dove non è possibile il voto disgiunto su fiducia al governo e decreto Aiuti così come è avvenuto alla Camera. Draghi ha però deciso di fare anche lui la sua mossa ed è salito al Colle per informare Mattarella della situazione: formula un po’ vaga che lascia aperto il prosieguo della situazione.

Al momento non è ancora detto che si precipiti in una caduta del governo Draghi con successivo scioglimento della legislatura e conseguenti elezioni in autunno. La difficoltà del contesto interno e internazionale può anche costringere a congelare tutto così com’è, ma ciò non significherebbe avere evitato la crisi politica, bensì semplicemente essere costretti a vivere con un esecutivo in una crisi perenne che non si riesce a sciogliere. Una pessima situazione.

Vediamo di capire bene il quadro. Il primo punto è che Draghi esce continuamente indebolito. Non si parla più di lui come di quello che è in grado di guidare la barca, ma crescono le critiche alle debolezze del governo, agli errori che si sono fatti e soprattutto alle aspettative andate deluse. Chi frequenta un po’ di circuiti degli “opinion leader” coglie facilmente il cambiamento (dietro cui, diciamolo, ci sono anche ruggini con il cerchio stretto dei collaboratori e consiglieri che Draghi si è scelto …).

Il premier potrebbe contenere queste pressioni e quelle dei partiti che vedremo fra poco se potesse contare su una “base sociale” che si identifica con la sua azione di governo delle emergenze. Questa potrebbe venire dai sindacati con cui pure Draghi tenta una interlocuzione, ma l’impresa non sembra riuscire. Non solo i sindacati sono un arcipelago ormai frastagliato in cui accanto alle tre grandi confederazioni ci sono varie formazioni fra il barricadiero e l’ultra corporativo, ma anche le tre grandi confederazioni sono ancora in un’ottica di contrapposizione “al potere” da cui faticano a liberarsi, timorose di perdere consenso sotto gli attacchi dei vari demagoghi. Tipica da questo punto di vista la posizione di Landini, che non si capisce ancora se si tenga in riserva per fare il Melenchon italiano o semplicemente non riesca ad acquisire una analisi de-ideologicizzata della nostra situazione (quanto siamo lontani da un personaggio come Bruno Trentin e quanta nostalgia per uomini come lui!).

Giocare di sponda con il mondo dei datori di lavoro per il premier è molto difficile, tanto questi sono variegati al loro interno e piuttosto legati ai loro tradizionali partiti di riferimento da cui dipendono per la lotta ad ottenere sostegni, ristori e quant’altro. Così Draghi torna alla casella “partiti” e si scontra con una realtà che è ormai dominata dall’attesa del grande confronto elettorale. Si capisce che l’incertezza del futuro è un’incognita pesante per tutti, che la volatilità delle scelte di campo pesa, che le tensioni socio-economiche sono palpabili e spaventano. Di fronte a questo è inevitabile che cresca la spinta alla demagogia, perché è agitando paure che i partiti sperano di cementare le rispettive adesioni.

Certo ci sarebbe per loro l’alternativa di competere contrapponendo proposte di realizzare interventi e investimenti che possano mutare di segno alla stagnazione attuale, ma nessun partito sembra al momento in grado di giocare queste carte. Del resto si sarà visto che le aspettative sulle capacità del PNRR di fare da volano del rilancio si stanno ammosciando: mancano progetti per così dire entusiasmanti, gli interventi di cui si parla sono per lo più imprese di cui si parlava da tempo e che neppure si vedono partire, le infrastrutture a sostegno di quello che dovrà essere un gigantesco investimento continuano ad essere topolini partoriti da modeste montagne (burocratiche).

Quanto si potrà andare avanti confrontandosi con un quadro del genere? Sembra che al momento troppi puntini sulla tecnica del rinvio: scavallare l’estate, perché non si fanno crisi col solleone; scavallare l’autunno perché la legge di bilancio bisognerà pur farla, altrimenti addio a qualsiasi prospettiva di contenere la crisi sociale distribuendo un po’ di sussidi; infine scavallare l’inverno, perché con la neve non è opportuno votare. Draghi con la salita al Quirinale ha voluto sottolineare la pericolosità della spirale che si sta innescando: tanto per il paese, quanto per la sua personale credibilità.

La trovate una prospettiva politica? A noi sembra una lenta e abbastanza pericolosa consunzione delle capacità di tenuta del nostro sistema. E qualcuno si ricordi che noi e la Spagna siamo gli unici in Europa ad avere voluto tutta intera la cifra a disposizione per il Recovery, mentre tutti gli altri ne hanno preso solo una parte, tanto che è rimasto un cospicuo residuo non speso.

Significa che i nostri partner ci presenteranno il conto di questo privilegio se non riusciamo a spenderlo come si deve, anzi se nonostante questo l’Italia sarà l’anello debole della resistenza europea alla nuova situazione che sta maturando. E a ciò non si risponde con sceneggiate e forzature del gioco politico.